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martedì 24 novembre 2009

CARCERI: UIL PA PENITENZIARI TOSCANA SOSTIENE INIZIATIVA NONVIOLENTA DEI RADICALI.


RITA BERNARDINI E ALTRI RADICALI GIUNTI AL 6° GIORNO DI SCIOPERO DELLA FAME


24 novembre 2009

La UIL PA Penitenziari della Toscana, in occasione del suo 3°Congresso, ha espresso sostegno convinto all’impegno politico dei Radicali sulle carceri e ha sollecitato adesioni volontarie all’iniziativa nonviolenta in corso, che vede Rita Bernardini al 6° giorno di sciopero della fame insieme ai radicali Irene Testa (presidente dell’ass.ne radicale “Il detenuto Ignoto”), Claudia Sterzi (Segretaria Associazione Radicale Antiproibizionisti), Alessandro Litta Modignani (della Direzione Radicali Italiani) e Annarita Digiorgio (del Comitato Nazionale di Radicali Italiani), affinché venga calendarizzata la mozione parlamentare promossa dai deputati radicali nel gruppo del PD.


DI SEGUITO, INVECE, IL TESTO DELLA MOZIONE DEL 3° CONGRESSO REGIONALE DELLA UIL PA PENITENZIARI DELLA TOSCANA
MOZIONE CONGRESSUALE
Il 3° Congresso Regionale UIL PA Penitenziari della Toscana, tenutosi in data odierna presso la Casa Circondariale di Firenze Sollicciano, condivide l’intervento del Segretario Generale Eugenio SARNO in relazione all’impegno del Partito Radicale Italiano verso l’universo carcerario e l’azione costante di Marco Pannella, Rita Bernardini ed altri dirigenti radicali per alimentare l’attenzione verso le criticità che investono il sistema penitenziario e l’intera comunità penitenziaria.
Il 3° Congresso Regionale UIL PA Penitenziari della Toscana sostiene convintamente l’iniziativa politica in atto del Partito radicale, sollecitando adesioni volontarie all’iniziativa nonviolenta in corso.
Condivide ed approva i contenuti della mozione presentata al Parlamento, auspicando un dibattito che offra quelle risposte sinora negate.
Nella consapevolezza che gli operatori penitenziari profondono il massimo dell’impegno e della professionalità nel loro difficile compito istituzionale , ritengono dover auspicare che in futuro possano verificarsi sempre più occasioni per un impegno concreto e comune con il Partito Radicale finalizzato alla civilizzazione e alla legalizzazione del sistema penitenziario italiano.
Firenze , lì 24 novembre 2009
Firmato
Il Presidente Eugenio SARNO
Il Segretario Regionale Mauro LAI
La Segreteria Regionale
Il Comitato Direttivo Regionale
I delegati al 3° Congresso Regionale UIL PA Penitenziari della Toscana

lunedì 23 novembre 2009

STERZI: LIBERARSI DALLE MAFIE


Dichiarazione di Claudia Sterzi, segretaria dell' Associazione radicale Antiproibizionisti

Inizia il quinto giorno di digiuno, per Rita Bernardini, Irene Testa, Annarita Digiorgio, Alessandro Litta Modignani e me, per la calendarizzazione della mozione presentata dall' On. Bernardini e altri, sulla insostenibile condizione delle carceri italiane.
Condizioni carcerarie che ci riportano sempre di più a un medioevo che avremmo voluto fosse rimasto solo un ricordo storico.
In queste carceri vivono, o meglio sopravvivono, cittadini rei solo di coltivazione per uso personale di canapa, un reato che farebbe ridere se non fosse per la tragedia sociale, umana e politica delle sue conseguenze.
I radicali da decenni combattono una battaglia nonviolenta per la depenalizzazione del consumo personale e quindi anche della coltivazione domestica; nella mozione presentata si richiama anche l'ultimo disegno di legge presentato che è, appunto, dell' On. Bernardini, e che equipara la coltivazione domestica all'uso personale, come sembrerebbe ovvio ma non è. Quale reato commettono i cittadini che coltivano per se stessi, se non quello di non finanziare il narcotraffico, che contribuisce in misura preponderante alla sopravvivenza delle mafie?
Per la libertà di uso e di coltivazione, per liberarsi dalle mafie e dal narcotraffico, prosegue dunque la nostra rivolta nonviolenta alla quale invito tutti gli antiproibizionisti, i consumatori e i coltivatori ad unirsi.

domenica 22 novembre 2009

Lettera ai carcerati: Sosteneteci


lettera pubblicata su il Manifesto


di Rita Bernardini


Caro Detenuto Ignoto,

vorrei con tutta me stessa raggiungerti in queste ore per consegnarti un messaggio di Marco Pannella. Vedi, già da molti anni fa, quando gli si avvicinava un tossicodipendente per stringergli la mano, abbracciarlo e chiedergli qualche lira per farsi, Marco, nell’assecondare quella sua richiesta di sballo (necessario, impellente), lo invitava in amicizia a rimandare quell’iniezione vitale (e a volte letale) magari solo per una notte. Ne sono sicura: in molti gli hanno dato retta, solo perché glielo aveva chiesto lui, cioè colui che nelle lettere che mi arrivano dal carcere viene definito “il leone Marco”.

Ecco, il messaggio che vorrei consegnarti, è di trasformare quel dolore tremendo e apparentemente inconsolabile che senti dentro di te, in lotta nonviolenta, in forza della ragione che non può prima o poi non essere compresa e condivisa. Già perché tu, caro Detenuto Ignoto, che probabilmente (non sicuramente) hai avuto il torto di violare la legge, ora, mentre sei rinchiuso in una cella di una galera italiana, hai dalla tua parte la ragione della legge.

Quando il Ministro della “Giustizia” Angelino Alfano arriva a definire le carceri italiane “incostituzionali”, ammette che lo Stato tradisce la sua legge fondamentale. E ciò è accaduto negli anni, qualsiasi colore politico abbia governato questo nostro Paese, e continua ad accadere in un quadro sempre più folle, perché solo tale riesce a manifestarsi quando se ne smarrisce il lume delle regole. E perciò folle e vana, come tu probabilmente già la consideri, si rivela la tutela della legge dove la legge è ridotta a fantasma, il tentativo di recuperare il detenuto alla legalità, laddove la legalità è smarrita.


Perciò, se ti trovi insieme ad altri ammassato in una cella, rinchiuso là dentro per 20 o 22 ore al giorno, senza poter lavorare, studiare o svolgere una qualsiasi altra attività che non sia quella abbrutente di guardare la televisione, se sei malato e non ti curano, se non riesci a parlare con gli educatori, se vivi lontano dal tuo luogo di residenza, se sei tossicodipendente... tu hai ragione e lo Stato torto! Perché l’art. 27 della nostra Costituzione appartiene a tutti i cittadini e anche a te, come anche e soprattutto a te appartiene la possibilità di lottare per i tuoi diritti, con le armi, le uniche, le sole davvero efficaci, della nonviolenza.

Da tre giorni con i miei compagni radicali Irene Testa (è lei che ha ispirato questa mia lettera con la sua Associazione il Detenuto Ignoto), Claudia Sterzi, Alessandro Litta Modignani e Annarita Di Giorgio, sto conducendo uno sciopero della fame per la calendarizzazione di una mozione sulle carceri che la delegazione radicale alla Camera ha già depositato e che sta raccogliendo le firme di deputati di ogni orientamento politico.

Con noi, e ne siamo orgogliosi, c'è anche Francesco Morelli di Ristretti Orizzonti, una rivista, un sito online, un luogo d'azione che da anni riesce a dar voce ai frequentatori di quel luogo oscuro che è la galera. Voce e parola a tutta la comunità penitenziaria.

Noi abbiamo bisogno di te del tuo sostegno. Vorremmo che la tua giustificata RIVOLTA interiore si traduca in azione nonviolenta con l’annuncio di alcuni giorni di sciopero della fame. Scrivici! Abbiamo bisogno del tuo nome, dei tuoi connotati per dare senso a questa lotta, affinché tu non sia più il Detenuto Ignoto, ma una persona con nome e cognome, che decide nelle sue giornate tremende di non lasciarsi sopraffare dal dolore e dalla disperazione; per divenire capace di un sorriso che può cambiare le cose, cambiarti, cambiarci, cambiarLI.

sabato 21 novembre 2009

Italia, un Osservatorio permanente in ogni città carceraria

L'iniziativa di Ristretti Orizzonti per monitorare la situazione dei penitenziari

Sulla tematica carceraria Peacereporter ha intervistato Francesco Morelli del centro studi di Ristretti Orizzonti.

Come fate a reperire le informazioni per i vostri dossier sul carcere?

Fino a questa momento la nostra fonte privilegiata è rappresentata dalle famiglie dei detenuti che ci forniscono materiale preziosissimo per le nostre indagini. Altrettanto importanti sono anche i racconti di operatori e volontari del carcere, oltre che gli articoli dei giornalisti.

E il Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria) collabora?

Dal Dap non abbiamo mai ricevuto alcuna segnalazione relativa a possibili abusi di violenza o anomalie carcerarie.

Oltre a raccogliere i dati, avete in mente qualche altra iniziativa?

Sì, vorremmo dare vita ad un Osservatorio permanente che rappresenterebbe lo sviluppo del lavoro del dossier. Vorremmo avere in ogni regione, se possibile, in ogni città con un carcere, un referente per monitorare la situazione più da vicino. Avere sempre una persona a disposizione sul territorio facilita molto i compiti. Oltre a noi al progetto dell'Osservatorio permanente collaborano l'associazione Antigone, il sociologo Luigi Manconi, Il detenuto ignoto e molti altri. Prendendo spunto dalla situazione statunitense che negli anni Ottanta si trovò a vivere una grave emergenza carceri, vorremmo poi dar vita a un equipe di psicologi ed educatori che girino per l'Italia per sostenere i detenuti e gli agenti.

Anche le guardie carcerarie necessitano di un supporto psicologico?

Certamente, gli agenti penitenziari si trovano a fare i conti con un sistema carcerario sempre più al collasso.

Sono abbastanza formati gli agenti carcerari?

Un tempo per poter prendere servizio nei penitenziari, i poliziotti frequentavano un corso di formazione annuale. Ora anche le risorse per il personale penitenziario sono state drasticamente ridimensionate e l'addestramento è di soli sei mesi. Per poter accedere alla formazione è sufficiente avere la terza media, non di più.

Episodi come quelli di Stefano Cucchi però non possono essere giustificati con una scarsa formazione?

I casi come quelli di Cucchi per fortuna non sono la normalità, i rapporti tra i detenuti e i secondini spesso sono tesi e difficili, ma non sempre improntati alla violenza. Poi è chiaro che le guardie sono la categoria forte e i detenuti quella debole e a fare le spese della violenza e della tensione che quotidianamente si respirano nel carcere sono principalmente i prigionieri.

Al novembre di quest'anno i suicidi sono già 63. Un picco tanto elevato si era registrato nel 2001 quando le persone che si sono tolte la vita sono state 69? C'è una spiegazione a tutto questo?

Nel 2001 il numero dei suicidi era stato tanto elevato, perché tanti carcerati si aspettavano l'amnistia che poi, però, non è arrivata. La delusione era stata talmente forte che molti non hanno retto e si sono tolti la vita.

E nel 2009?

Quest'anno credo che l'aumento dei suicidi sia dovuto al progressivo peggioramento delle condizioni penitenziarie. I continui tagli al budget carcerario hanno reso i penitenziari più poveri e le persone sempre più disperate. A togliersi la vita ora sono soprattutto gli stranieri. Nei primi anni la percentuale dei morti suicidi non italiani si aggirava sul cinque per cento, ora è pari al quaranta per cento. Chi si uccide è perché ha paura di non farcela a sostenere la violenza del carcere e perché ha perso la speranza.

I Radicali in sciopero della fame


 ITALIA - ITALIA - I Radicali in sciopero della fame per fermare i 'suicidi' in carc
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Notizia
19 novembre 2009 17:04
"Dopo il diciannovesimo suicidio in carcere, che stavolta ha visto un diciassettenne marocchino togliersi la vita nel carcere Firenze, dove era rinchiuso da oltre tre mesi, in attesa di giudizio per tentato furto, i deputati radicali eletti nelle liste del PD ieri hanno depositato una mozione di indirizzo al Governo sulla drammatica situazione delle carceri, iniziando uno sciopero della fame.
La mozione - che oltre a quelle dei radicali ha raccolto le firme di Benedetto Della Vedova, Guido Melis, Mario Pepe, Roberto Giachetti, Giulio Calvisi, Lino Duilio, Jean Leonard Touadi - sara' sottoposta alla firma di tutti i deputati, di tutti gli schieramenti politici.
"Si tratta - ha spiegato la deputata in Commissione Giustizia Rita Bernardini - di uno strumento di 'governo' per invertire la rotta illegale e senza speranza che ogni giorno di piu' prende la gestione degli istituti penitenziari, con il carico di sofferenza e di abbandono in cui vive tutta la comunita' penitenziaria, detenuti, direttori, agenti, educatori, medici e infermieri, psicologi e assistenti sociali".
Per sostenere gli obiettivi della mozione, Rita Bernardini ha iniziato dalla mezzanotte di ieri uno sciopero della fame, assieme a Francesco Morelli di Ristretti Orizzonti, Irene Testa, presidente dell'associazione radicale Il detenuto Ignoto, Claudia Sterzi, Segretaria dell'Associazione Radicale Antiproibizionisti e Alessandro Litta Modignani, della Direzione di Radicali Italiani. La deputata radicale ha inoltre invitato l'intera comunita' penitenziaria a unirsi all'iniziativa nonviolenta, per lottare facendo proposte concrete.
"Occorre dare uno sbocco nonviolento, intelligente e ragionevole - concldue Bernardini - alla rivolta che sentiamo dentro di noi quando le leggi fondamentali dei diritti umani sono ignorate e calpestate. Lo stanno facendo da giorni, su altri fronti dei diritti umani ai quali ci uniamo anche noi, Maria Antonietta Farina Coscioni assieme a centinaia di malati gravissimi, e Maurizio Turco sul fronte dei diritti delle vittime del dovere e dello Stato e contro la proroga della rappresentanza militare".

Ormai è detenzione sociale

Articolo pubblicato su "Gli Altri"
di Valentina Ascione

Che le galere italiane siano allo sfascio, schiacciate sotto il peso di oltre 65mila detenuti, è ormai un dato acquisito. L’emergenza carceri non risiede tuttavia nel mero dato quantitativo, o almeno non solo. Il sovraffollamento, infatti, è una conseguenza di più profondi problemi strutturali, alla base dei meccanismi che regolano il sistema penitenziario italiano. Questo è quanto emerge dai dati diffusi pochi giorni fa da Pietro Buffa, direttore del carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Numeri che mettono chiaramente in evidenza alcune delle storture responsabili del grave stato di sofferenza in cui versano le carceri italiane e le migliaia di persone che le abitano. Su 94mila ingressi registrati nel 2007, ci sono state circa 70mila uscite nei nove mesi successivi, 35mila entro 11 giorni e 29mila, cioè il 32 per cento del totale, in appena tre giorni. Un tasso elevatissimo di carcerazioni e breve termine che ingolfa l’intero sistema, spiega Buffa, ed è determinato da una politica che preme sul carcere con varie ondate emergenziali. Se si confrontano questi dati con quelli relativi al tipo di reati più diffusi tra la popolazione carceraria, si conferma ancora una volta che nel nostro Paese si finisce in galera soprattutto per violazione delle leggi sulla droga. Nel sesto rapporto sulle carceri dell’Associazione Antigone si legge, infatti, che per l’art. 73 del Testo Unico sugli stupefacenti (produzione, traffico e detenzione illeciti) in Italia è recluso oltre il 38 per cento dei detenuti e il 49,5 per cento dei detenuti stranieri. Mentre Pietro Buffa osserva ancora che in alcuni istituti italiani gli stranieri arrivano ad essere il 70 per cento e che i due terzi della popolazione carceraria non possiede più i requisiti per chiedere le misure alternative. Tutti elementi che inducono il direttore dell’istituto torinese ad affermare che si è ormai passati dalla “detenzione penale alla detenzione sociale” e che il sistema carcere è chiamato ad assolvere compiti che in realtà non rientrano tra le sue funzioni. “Grandi temi come la droga e l’immigrazione - spiega a Gli AltriPatrizio Gonnella, Presidente di Antigone – dovrebbero essere riassorbiti dal Welfare. Secondo la legge Bossi-Fini i detenuti tossicodipendenti con pena residua inferiore a sei anni dovrebbero poter accedere a comunità terapeutiche, seguendo un adeguato programma di recupero, ciò consentirebbe l’uscita dagli istituti di circa 10mila persone”. Per far questo, precisa Gonnella, serve la volontà politica di tutti i soggetti in causa: direttori delle carceri, della magistratura di sorveglianza e Sert. Una volontà che troppo spesso manca perché, afferma, “ormai ci si è adeguati a un sistema selettivo, fortemente condizionato dalla ricerca del consenso, che punisce soprattutto i reati meno gravi”. Il quadro che emerge, dunque, è quello di una giustizia “di classe”, legata al censo, che insegue il simbolismo della repressione e dà la caccia ai reati cosiddetti “da strada”: i piccoli crimini che coinvolgono chi, come gli immigrati, è più povero e dunque non in grado di permettersi una buona difesa. “Il caso di Stefano Cucchi – continua ancora Patrizio Gonnella - dimostra la necessità di garantire una difesa d’ufficio veramente efficiente, inoltre bisogna rivitalizzare le misure alternative: un detenuto soggetto a misure alternative, infatti, costa dieci volte in meno di un detenuto in regime di detenzione e presenta un rischio di recidiva quattro volte inferiore”. Una soluzione centrale, quella delle pene alternative, anche per la presidente dell’ Associazione radicale “Il detenuto Ignoto”, secondo la quale il transito nelle galere, per così pochi giorni, di persone con minima o nulla pericolosità sociale, rappresenta “un vero sperpero di risorse e di tempo per gli operatori e per la magistratura di sorveglianza”. “La questione – spiega - è nota da tempo ma, come per tanti altri problemi che affliggono il sistema penitenziario, l'immobilismo è un macigno. Come ho proposto da molto tempo, e come propone Rita Bernardini in un suo disegno di legge, servirebbe rendere automatica l'applicazione delle misure alternative direttamente in sentenza, per ovviare al sistema vigente ‘a doppia battuta’, dove il giudice condanna alla detenzione, anche breve, e tocca poi alla magistratura di sorveglianza decidere di scarcerare ognuno volta per volta”. Sul tavolo, dunque, non mancano le ricette e le proposte per riformare il sistema carcere, per garantire una giustizia veramente giusta e, soprattutto, giusta per tutti. E’ indispensabile però che a quel tavolo si sieda chi ha i poteri per cambiare davvero le cose.

lunedì 16 novembre 2009

Giustizia. Detenuto Ignoto: contro le amnistie mascherate, sì a quella costituzionale

15 novembre 2009

Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto

Che lo stato della giustizia nel nostro Paese vada urgentemente e improrogabilmente riformato è un dato di fatto innegabile, perché non può esistere né senso né azione di giustizia finché vige un blocco di quasi 11 milioni di processi civili e penali che attanagliano il sistema, e che determinano la trasformazione di fatto della supposta obbligatorietà dell’azione penale in arbitrarietà. In questo dilemma, che irrisolto va sempre più incancrenendo, ciò che si registra da parte della politica di una e dell’altra parte è ancora una volta il non saper venir fuori dal pantano della schermaglia e delle rivendicazioni, così che, se da una parte si cerca di impugnare la questione giustizia per avere facile gioco nel garantire impunità a chi evidentemente ritiene utile approfittarne, dall’altra, all’unisono con i detentori della casta giudiziaria, si grida all’amnistia mascherata.

Mentre la soluzione più naturale, dalle origini della Repubblica, è quella che appartiene a tutti i cittadini, in quanto consegnataci direttamente dalla nostra Costituzione, e proprio per questo, in ogni caso, in ogni tempo, è sistematicamente tradita e sequestrata ai cittadini a uso e vantaggio di una partitocrazia sempre più consolidata.
Diritto di ogni cittadino, in una repubblica costituzionale il cui sistema giustizia cessa sempre più di rispondere alla sua funzione, è invece vedere le istituzioni rivolgersi alle fonti vitali e fondanti del diritto costituzionale, non a sovrastrutture oscure e inficiate da vera o presunta malafede, e vedere gli organi preposti confrontarsi sulla praticabilità dei mezzi che queste fonti ci danno, prima di arrampicarsi sugli specchi fumosi e inaffidabili di ogni successivo artificio di legge, dell’ingiustizia di prescrizioni sempre più brevi, classiste e discriminatorie.

E’ sintomatico della corruzione di una partitocrazia, risultato di un’involuzione subdola e letale della democrazia, che questo confronto invece tuttora latiti e al cittadino, da troppo tempo nel mezzo di una crisi della giustizia che permea anche inconsapevolmente ogni aspetto della vita civile, viene negato di vedere il proprio Parlamento discutere e votare secondo i regolamenti, alla luce del sole, quel provvedimento di amnistia che - non a caso - fa parte del nostro ordinamento.

venerdì 13 novembre 2009

"Subito il garante regionale alle carceri". Oggi appello di Emma Bonino e altri dirigenti radicali. Domani convegno in comune

12 novembre 2009

Bruno Mellano (presidente di Radicali Italiani) e Igor Boni (segretario Associazione Radicale Adelaide Aglietta) hanno diffuso oggi il testo di un Appello (allegato) alla Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, per l’istituzione del garante regionale alle carceri.

L'Appello, che si apre con la firma Emma Bonino (vice Presidente del Senato della Repubblica), è sottoscritto fra gli altri da Antonella Casu (segretaria di Radicali Italiani), Sergio Stanzani (presidente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito), Rita Bernardini (deputata radicale, presentatrice alla Camera della proposta di legge istitutiva del Garante Nazionale dei Diritti delle persone private della libertà), Marco Cappato (segretario dell’Associazione Luca Coscioni).
Domani, venerdì 13 novembre, presso il Municipio di Torino (via Milano n. 1, sala Rossa), dalle ore 9 alle ore 18, avrà luogo il Convegno Nazionale Garanti delle persone limitate nella libertà (http://www.comune.torino.it/consiglio/servizi/pdf/pieghevole_convegno.pdf). Interverrà per i radicali l’avvocato Alberto Ventrini, membro della Giunta di Segreteria dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta.
Mellano e Boni hanno dichiarato:
Finalmente c’è la concreta possibilità che quanto seminato dai consiglieri regionali radicali al termine della passata legislatura (la proposta di legge per l’istituzione del garante regionale alla carceri) possa essere raccolto in zona Cesarini da questo consiglio regionale; la PDL "Muliere-Cotto" (trasversale dunque ai due schieramenti), approvata in Commissione VIII nel 2006, è arrivata finalmente al vaglio del Consiglio Regionale.
Sia l’appello di Emma Bonino (e degli altri dirigenti radicali) sia l’importante convegno nazionale di domani in Comune intendono spronare Palazzo Lascaris a fare presto, ad andare oltre le sterili contrapposizioni, poiché la “questione carceri” può e deve vedere il convergere delle diverse posizioni su un obiettivo piccolo ma concreto: l’istituzione di una figura nuova per il Piemonte (ma già sperimentata in altre parti d’Italia), il garante regionale. Una figura, che sappia interloquire con i vari attori, non solo i cittadini detenuti ma anche DAP, direttori carceri, agenti di polizia penitenziaria, educatori, medici, Aziende sanitarie, gli enti locali, i volontari, in ognuna delle 13 carceri regionali, per sfruttare le sinergie positive e ridurre il danno che l’istituzione carceraria arreca, in modo consapevole o meno.
Sarebbe un buon inizio del 2010 quello con un garante regionale già operativo. Rivolgiamo un caldo invito a tutti, in primis alla Presidente Bresso, che più volte su questo abbiamo sollecitato, affinché tutto ciò sia reso possibile e concreto”.
APPELLO
ALLA PRESIDENTE DELLA REGIONE PIEMONTE
PER L’ISTITUZIONE DEL GARANTE REGIONALE
DELLE PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTA’
Ammoniva Voltaire: se vuoi conoscere davvero un Paese visitane le prigioni. Noi Radicali, da quando nel 1976 quattro nostri deputati entrarono in Parlamento, non abbiamo mai smesso di farlo, sino alle giornate di Ferragosto, quando ci siamo recati in 189 istituti sui 220 che formano il pianeta-carcere italiano. E’ stato un atto di sindacato ispettivo generalizzato e senza precedenti, per la contemporaneità della visita e il numero di senatori, deputati e consiglieri regionali, di ogni schieramento politico, che vi hanno partecipato. Alcuni entravano in carcere per la prima volta, ma quella visita è stata sicuramente istruttiva sullo stato di non-Diritto e non-Democrazia che vige nel nostro Paese, di cui le carceri sono lo specchio fedele e impietoso.
I detenuti sono ormai stabilmente oltre ventimila in più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti di polizia penitenziaria sono almeno cinquemila in meno rispetto alla pianta organica, peraltro definita in tempi e situazioni di “normalità”. Siamo arrivati al punto che, in alcune prigioni, non bastano più neanche i letti a castello, che arrivano a un palmo dal soffitto, e sovente i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento.
Se il nostro fosse uno Stato di Diritto, si cercherebbero soluzioni all’insegna della legalità e del rispetto dei principi costituzionali sanciti dall’articolo 27 che proclama: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per far fronte al sovraffollamento nelle carceri, basterebbe ad esempio applicare la legge “Gozzini” sulle misure alternative alla detenzione, una legge vilipesa, criminalizzata e ormai caduta in disuso nel nostro Paese, nonostante le statistiche dicano che le misure alternative sono lo strumento più efficace contro la recidiva e per una maggiore sicurezza sociale. Per far fronte al “sovraffollamento” nei tribunali, occorrerebbe una grande amnistia, decisa da una legge del parlamento e alla luce del sole, contro quella immonda amnistia clandestina e di classe che si chiama “prescrizione”.
Invece no. I tribunali hanno prodotto, solo negli ultimi dieci anni, due milioni di reati prescritti e sono ancora soffocati da undici milioni di processi pendenti, fra civile e penale, mentre in molte carceri i detenuti sono – è il caso di dire – “ristretti” in spazi spesso inferiori ai tre metri quadrati a testa. Ragion per cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo continua a condannare l’Italia per denegata giustizia e violazione dell’articolo 3 della “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” che vieta la tortura, ma anche le pene o i trattamenti inumani e degradanti.
Solo quest’anno, da gennaio ad agosto, nelle prigioni del nostro Paese sono morti “suicidi” 48 detenuti, e altri 78 sono morti di “malattia”, cioè di malagiustizia e malaprigione italiane. Nell’Italia di oggi, quindi, vige la tortura – una tortura “democratica” - e un tipo di pena di morte che non è comminata “di diritto” dai tribunali ma è praticata “di fatto” nelle carceri.
l record di detenuti e le condizioni di vita nelle strutture carcerarie sono parte integrante e sostanziale del “caso Italia”: la facile previsione è che tale record sarà ulteriormente superato grazie al nuovo reato di “immigrazione clandestina”, che incrementerà la già forte presenza (un terzo dei detenuti) di reclusi extracomunitari, i meno garantiti di tutti, non avendo la maggioranza di essi né risorse economiche da utilizzare durante la detenzione né quei contatti all’esterno necessari per usufruire delle misure alternative. Inoltre gli stessi Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) si configurano come veri e propri luoghi di detenzione.
E, non dimentichiamolo, nelle nostre carceri oltre il 50% dei detenuti è in attesa di giudizio e circa la metà delle persone ristrette, ma in attesa ancora del giudizio di primo grado, sarà poi prosciolta o si vedrà prescritto il reato.
Ci appelliamo pubblicamente a Lei, Signora Presidente, perché auspichiamo voglia marcare questa fine di legislatura con una decisione di estrema attualità e di lungimirante prospettiva politica: una legge per l’istituzione del Garante Regionale dei Diritti delle persone private della libertà.
Nella nostra impostazione vorremmo che l’ufficio del garante – snello ed efficace - fosse uno strumento di conoscenza, controllo, garanzia e proposta relativo alla condizione non solo dei detenuti, ma anche degli agenti di polizia, del personale amministrativo, dei direttori e di tutti gli altri componenti la comunità penitenziaria, vittime – tutti e ciascuno – della stessa catastrofe umanitaria e della ordinaria illegalità, carceraria e non, che vige nel nostro Paese.
I consiglieri regionali radicali della passata legislatura, come ultimo atto del loro mandato, avevano approntato una proposta di legge per l’istituzione del “garante regionale delle carceri”: una sorta di “difensore civico” ad hoc, in grado di interloquire con tutti i soggetti gravitanti attorno al carcere, di ottimizzare le sinergie con il territorio, di ridurre le diseconomie, di aiutare ad utilizzare quella grande risorsa ancora misconosciuta rappresentata dall’istituto della “Cassa delle Ammende”, il fondo, gestito dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dove viene depositato il denaro proveniente dal pagamento di ammende e multe, oggetto di sentenze penali di condanna, e dove confluiscono beni mobili ed immobili confiscati alla criminalità (parliamo di oltre 160 milioni di euro). I cespiti della Cassa delle Ammende dovrebbero essere utilizzati anche per finanziare progetti lavorativi all’interno degli istituti e programmi di reinserimento sociale; la gestione della Cassa è, però, talmente opaca che molti direttori di carcere non sono nemmeno informati della sua esistenza.
Da quattro anni la proposta di legge radicale sul Garante regionale delle carceri – ripresentata in questa legislatura dal consigliere capogruppoPd Rocchino Muliere (PDL n. 94 del 30 giugno 2005, Muliere e altri) ed affiancata da quella del consigliere PRC Iuri Bossuto (PDL n. 130 del 27 luglio 2005, Bossuto e altri) attende di esser varata dal Consiglio regionale: nel giugno 2006 VIII Commissione licenziò un testo unificato che ora è nuovamente attenzione dell’assemblea regionale. Noi riteniamo opportuno invitarLa, cara Presidente, a prendere personalmente e senza indugi un’iniziativa in questo senso: la cronaca di queste settimane segnala, con dura evidenza, la necessità e l’urgenza di un intervento legislativo regionale.
Emma Bonino, vice Presidente del Senato della Repubblica
Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani
Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino
Antonella Casu, Segretaria di Radicali Italiani
Sergio Stanzani, Presidente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito
Rita Bernardini, Deputata radicale presentatrice alla Camera della proposta di legge istitutiva del Garante Nazionale dei Diritti delle persone private della libertà
Michele De Lucia, tesoriere di Radicali Italiani
Marco Cappato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni
Giulio Manfredi, vice Presidente del Comitato nazionale di Radicali Italiani
Igor Boni, segretario Associazione radicale Adelaide Aglietta

Quando muore il diritto, anche la vita e' appesa ad un filo

Articolo pubblicato sul quotidiano Terra a pag. 11

Di Donatella Poretti

Erano 148 i detenuti morti nelle carceri italiane dall'inizio dell'anno (1), oggi possiamo aggiungere un altro caso tutto da chiarire quello di Giuseppe Saladino, 32 anni. Arrestato perche' sorpreso fuori casa dove era agli arresti domiciliari per aver rubato ai parchimetri. E' stato portato nel carcere di Parma e in meno di 24 ore e' deceduto. Un malore in cella e poi la morte. La madre dice che il figlio era sano, il decesso avviene improvviso la notte. La Procura ha aperto una inchiesta per omicidio colposo.
Dalle audizioni e dalle testimonianze rilasciate in questi giorni in commissione d'inchiesta sul Ssn dai medici che hanno "assistito" Stefano Cucchi a Regina Coeli, al Fatebenefratelli e al Pertini, alcune cose appaiono chiare: le condizioni di salute spesso sono incompatibili con le condizioni di detenzione, l'assistenza sanitaria e gli interventi urgenti sono spesso incompatibili con la burocrazia, la cura e quindi anche la possibilita' di ricevere la visita e l'assistenza dei familiari diviene un miraggio nella pratica impossibile. Anche il ricovero il sabato pomeriggio quando il magistrato non e' di turno diventa operazione complessa e lunga. Operazione impossibile sembra essere stata quella di incontrare il proprio avvocato, uno dei tanti diritti negati nella vicenda Cucchi. Uno dei tanti tasselli che hanno portato alla morte un ragazzo in pochi giorni senza apparenti motivazioni mediche.
Tra le dichiarazioni degli esponenti delle istituzioni, in particolare colpiscono, e feriscono, quelle che cercano di strumentalizzare la vicenda per altri fini. Cosi' Carlo Giovanardi, sottosegretario alla lotta alla droga, imputa alla tossicodipendenza la morte. Nella sua guerra alla droga poco importa se un ragazzo magro con lesioni e con il volto tumefatto, probabilmente da imputare ad un pestaggio, diventa uno zombie. Cosi' Eugenia Roccella, sottosegretario al ministero Salute, promotrice di una legge sul testamento biologico dove si nega il diritto del paziente di accettare o rifiutare cure, sostiene che Cucchi doveva essere sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio. Peccato che al ragazzo sono mancate le cure e l'assistenza sanitaria e legale che gli spettava di diritto. A fronte di diritti negati la soluzione stava nell'imporre una cura?
Cosi' il Senato della Repubblica ha autorizzato da un anno le commissioni Giustizia e Sanita' a condurre una indagine conoscitiva sulla sanita' in carcere, ma l'indagine non e' mai partita. Nata per verificare lo stato di avanzamento e di passaggio alla sanita' penitenziaria alle Asl e al Ssn, oggi avrebbe acquistato un valore aggiunto proprio per verificare l'applicazione del dettato costituzionale del diritto alla salute e della sua compatibilita' con lo stato di detenzione. Perche' l'indifferenza ha segnato da un anno questa indagine?
L'assoluta illegalita' delle carceri e' la cartina al tornasole delle condizioni e della non democrazia del nostro Paese. Esistono delle norme, poi esiste una prassi, poi ancora esiste la realta' della vita quotidiana che quelle norme e quei diritti vede scritti ma non praticati.

(1) Dossier morire in carcere di Ristretti http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/index.htm

martedì 10 novembre 2009

PORETTI, PERDUCA E TESTA: BENE RICHIESTA FINOCCHIARO PER INTRODUZIONE REATO DI TORTURA

Dichiarazione dei senatori radicali Donatella Poretti, Marco Perduca e di Irene Testa Segretario dell'Associazione Il Detenuto Ignoto
Apprendiamo con estremo favore dell'iniziativa della senatrice Anna Finocchiaro, la quale ha chiesto al termine della conferenza della capigruppo di calendarizzare i disegni di legge per l'introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale. Come Radicali abbiamo depositato un disegno di legge sia al Senato che alla Camera, oltre ad un emendamento che raccolse numerosissime firme trasversali, e che non passò per pochi voti, nella speranza che il legislatore voglia colmare quel vuoto sempre più insostenibile in un Paese che voglia definirsi civile, dove, anche alla luce di ciò che è accaduto a Stefano Cucchi e rischia di accadere ogni giorno a chiunque, ci sembra ormai improrogabile. E' importante che certi crimini vengano puniti con una fattispecie specifica e non, come spesso accade, quando si riesce a dimostrarne le responsabilità, per semplici lesioni. Per queste ragioni ci auguriamo che l'iter di quanto richiesto dalla capogruppo del Pd possa essere rapido e lineare e si possa così giungere finalmente a rendere attuale e "materiale" quanto da oltre vent'anni attende nel limbo formale delle promesse ai cittadini e alle istituzioni internazionali.

Cucchi, Testa: Giovanardi cardine del sistema criminale e criminogeno del proibizionismo di Stato

Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto:

Il sottosegretario Carlo Giovanardi, con le sue osservazioni di oggi e della settimana scorsa sulla morte di Stefano Cucchi, rivela sempre più, se mai ce ne fosse bisogno, di essere cardine funzionale al sistema, sicuramente ipocrita e "bene", criminale e criminogeno del proibizionismo di Stato, che ingrassa floridamente vecchie e nuove borghesie mafiose, creando mostri tra i più deboli della società, devastandone le esistenze, rinchiudendoli in galere sempre più infernali, fin quanto, anche, determinandone la morte.
Di lui, che pare mosso invero anche dal presenzialismo vanesio e dal sensazionalismo di posizioni solo in apparenza scomode, non si ricordano certo dichiarazioni, né, tanto meno, strali sugli scandali legati alla frequentazione dei potenti (che in galera o non ci finiscono, o quando ci finiscono vengono trattati di certo con altro riguardo) agli ambienti più alti della borsa nera dello stupefacente. Ora, piuttosto che cogliere l'ultima onda di un perbenismo ad alta rendita mediatica, in una insulsa e vana ricerca nelle onorevoli parrucche dei Parlamentari che stanno al gioco, vada invece a spiegare agli ascoltatori quanto ha prodotto e produce il suo impegno di tutta una carriera politica "contro la droga": solo tanta della più deleteria, trita e fuorviante demagogia in materia, molto peggio che niente in termini di riduzione del fenomeno e contrasto alle cupole della criminalità che ne approfittano.

venerdì 6 novembre 2009

CARCERI, BERNARDINI: MUORE UN ALTRO DETENUTO. TUNISINO, 27 ANNI, È DECEDUTO DUE GIORNI FA NEL CARCERE DI PIACENZA. SUICIDIO?

E' SICURO IL MINISTRO ALFANO CHE NON SIA UTILE UN'INDAGINE CONOSCITIVA SUI DECESSI IN CARCERE?


6 novembre 2009

Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata radicale in Commissione Giustizia
Un detenuto tunisino di 27 anni è morto l’altro ieri alle ore 22.20 nella Casa Circondariale di Piacenza. Era da solo in cella perché il suo compagno di detenzione aveva chiesto e ottenuto di essere spostato. Un agente lo ha trovato steso per terra e a nulla è valso l’utilizzo del defibrillatore per soccorrerlo. Si sospetta abbia usato il gas di una bomboletta. Suicidio?
Ieri il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, rispondendo all’interrogazione radicale sul decesso di Stefano Cucchi, ha detto che non si vede l’utilità di un’indagine conoscitiva sui decessi in carcere perché “da sempre” l’Amministrazione se ne occupa. Questa risposta ci dà una ragione in più per chiedere ufficialmente, come delegazione radicale nel gruppo del PD, un’indagine conoscitiva secondo quanto previsto da regolamento della Camera.

domenica 1 novembre 2009

CARCERI. DOMANI RITA BERNARDINI IN VISITA A CASA CIRCONDARIALE TERAMO

1 novembre 2009

Domani, lunedì 2 novembre, alle ore 11, la deputata Radicale Rita Bernardini, accompagnata da Eugenio Sarno, Segretario Generale della Uil Penitenziari, visiterà la Casa circondariale di Teramo - Castrogno. Alle ore 15, davanti allo stesso istituto, comunicheranno in conferenza stampa sull’esito della visita ispettiva

Con la lettera che segue, ieri Marco Pannella annunciava al direttore del quotidiano La Città di Teramo, dott. Antonio D’Amore, l’appuntamento dell’On. Bernardini:
Al Direttore de La Città di Teramo
E, p. c.
Al Direttore dlla Casa circondariale di Teramo
Roma, 31 ottobre 2009

Caro Direttore,
complimenti al quotidiano La Città di Teramo, ma non esclusivamente, per la preziosa – quanto desolante e allarmante – notizia data su quel che cova o di già prende corpo al carcere di Castrogno.
Come Lei sa noi Radicali, me compreso, da un terzo di secolo ci occupiamo della comunità penitenziaria potendo finalmente visitarla, conoscerla, per quanto possibile aiutarla nella tragica condizione in cui il Sessantennio partitocratico “antifascista” l’ha ridotta, molto ma molto peggio ancora di quel che accadde con il Ventennio partitocratico Fascista. Purtroppo si tratta di una situazione da tempo criminale e criminogena ai danni della legalità costituzionale, della civiltà umana, di tutte le sue componenti: i detenuti, i direttori, gli operatori di Polizia Penitenziaria, gli educatori, gli psicologi, i cappellani, i medici, gli infermieri, i volontari, nessuno escluso.
Non sono più né parlamentare italiano né europeo, non godo da quasi un decennio dell’elettorato passivo per elezioni Regionali, Provinciali, Comunali, Municipali. Lottiamo sul fronte italiano del nostro impegno Transnazionale, Transpartito e Nonviolento in condizioni che, se raccontate, suscitano incredulità fra intellettuali e politici stranieri, che sono in realtà difficilmente conosciute in patria, vietati e clandestinizzati da un Regime che, pressoché soli, riteniamo ormai in desolante disfacimento e intendiamo sostituire con la nostra lotta letteralmente partigiana volta a un’alternativa di Regime e di Governo.
Questo per dirLe tutta la mia personale gratitudine per quanto nel Suo giornale mi consente di vivere, anche da teramano quale sono, in una Regione e in una Città che, sino alle ultime elezioni europee, ritenevo giudicassero la mia “abruzzesità” e la mia “teramanità” come non meritate e non degnamente rappresentate. Ma i risultati, davvero per me imprevisti, delle recenti elezioni europee, con Teramo sesta città e capoluogo di Provincia fra i 110 in Italia e la buona posizione di Pescara, mi hanno in buona parte rasserenato.
Caro Direttore, come vede approfitto della Sua cortesia e attenzione, sperando che Lei voglia e possa far conoscere ai suoi lettori questa mia. Avevo in realtà iniziato a scriverLe con l’intenzione di non andare oltre le poche righe, necessarie per annunciarLe che, essendo io in partenza per un convegno a Marrakech, non posso precipitarmi a visitare il carcere di Teramo, come avrei voluto, ma appunto lo farò entro la prossima settimana. Intanto, sono lieto di confermarLe che lunedì verrà per una visita ispettiva la nostra compagna Rita Bernardini, deputato al Parlamento (accompagnata dal Segretario della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno) cui sono particolarmente grato, perché in questo periodo si ritiene costretta a correre da un istituto all’altro, per le dolorose e allarmanti notizie che ci giungono da un po’ ovunque.
La prego personalmente di trasmettere a tutta la comunità carceraria della sua città, dal direttore agli operatori di Polizia Penitenziaria oltre che, beninteso, alle detenute e ai detenuti, l’espressione di mia viva solidarietà, che con tutte le mie compagne e compagni radicali, speriamo venga avvertita e valutata come davvero … “solida” e utile.

Mi creda, suo Marco Pannella

sabato 31 ottobre 2009

CASO CUCCHI. ASS. DETENUTO IGNOTO: SI PROCEDE PER OMICIDIO PRETERINTENZIONALE PERCHÉ IN ITALIA MANCA IL REATO DI TORTURA

Indignazione bipartisan porti Governo e Parlamento a sancire rapidamente quanto ratificato nella Convenzione Onu oltre 20 anni fa.

31 ottobre 2009

Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell’associazione Radicale Il Detenuto Ignoto

Chiaramente, i magistrati che indagano su chi e quanto abbia determinato il decesso di Stefano Cucchi, il giovane tratto in arresto il 15 ottobre scorso, verosimilmente pestato a morte mentre era sotto la tutela della giustizia, in assenza di un reato specifico non possono che procedere per omicidio, che in attesa di individuarne autori, movente e circostanze, si azzardano a far rientrare nella fattispecie della preterintenzionalità.
Stando a quanto ratificato in sede Onu dall’Italia nel 1988, invece, il reato da individuarsi potrebbe essere più verosimilmente quello di tortura, ancora, a oltre 20 anni dalla firma della Convenzione, non presente nell’ordinamento italiano. Questo nonostante i periodici richiami da parte dell’Onu stessa, dell’Unione Europea, di tanta parte della società civile, e nonostante diverse iniziative parlamentari che ancora, però, non hanno visto raccogliersi un consenso sufficiente per portare il Paese, meglio tardi che mai, al rispetto dei suoi impegni internazionali.
Se ora l’indignazione bipartisan che si è sollevata attorno al caso del giovane Cucchi è genuina e sincera, come ci si augura, allora può e deve essere assolutamente tentato di costruire quel consenso che finora è mancato, e far sì che Governo e Parlamento, finalmente, in tempi rapidi, possano lavorare per colmare un vuoto che, anche alla luce delle ultime drammatiche vicende, non può avere, se mai ne ha avuto, più ragione di esistere.

venerdì 30 ottobre 2009

CASO CUCCHI. ASS. DETENUTO IGNOTO: ISTITUZIONI ABBIANO CORAGGIO E NON IPOCRISIA


CASO CUCCHI. ASS. DETENUTO IGNOTO: ISTITUZIONI ABBIANO CORAGGIO E NON IPOCRISIA


Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'associazione Radicale Il Detenuto Ignoto


Della triste, indefinibile vicenda che ha portato alla morte del giovane Stefano Cucchi, ciò che ora spaventa è che non sembra esserci nessuna reazione di coraggio e igiene istituzionale all'ipocrisia di sistema, che vuole persone incaricate dell'ordine pubblico a priori al di sopra di ogni addebito.

Queste cose, purtroppo, accadono. Come sono accadute nove anni fa a Sassari, come occorrerebbe fare maggiore chiarezza nel caso del 2003 di Marcello Lonzi, morto nel carcere di Livorno con addosso i segni di incredibili violenze, come tante di quelle volte in cui di simili vicende non si viene a sapere, o vengono "arrangiate", cosa realizzabile in istituzioni scientemente tenute nella totale opacità.

Come per l'albero che produce delle mele marce, non giova dire che sono tutte buone mentre non lo si cura, alle Forze dell'Ordine, impegnate con mezzi sempre più scarsi dentro le caserme e le carceri, non occorrono assoluzioni di categoria, ma proprio per il bene della categoria occorre fare chiarezza fino in fondo, identificando e isolando ogni mela marcia.


Bene, quindi, che ora la stessa maggioranza di governo chieda la verità sopra ogni dubbio su questa vicenda, ma la responsabilità di non curare l'albero della giustizia e della gestione della pena in Italia, sta infine al Governo che continua invece a proporre solo degli effimeri spot, mentre condanna detenuti e agenti insieme al medesimo abbandono. Se dalle istituzioni nei loro confronti paiono giungere solo dei "Si arrangino!", non ci si meravigli poi che le cose, come è spesso accaduto, possano prendere pieghe drammatiche.

martedì 27 ottobre 2009

Carceri: Rita Bernardini presenta interrogazione sul detenuto morto all'ospedale Pertini e denuncia nuovo suicidio in carcere a Tolmezzo

La deputata Radicale-Pd membro della Commissione Giustizia, Rita Bernardini, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e della Difesa sul caso di Stefano Cucchi, il detenuto 31enne morto in circostanze poco chiare presso l’ospedale Pertini di Roma nella notte tra le 22 e il 23 ottobre scorsi. L’uomo era stato arrestato dai carabinieri per possesso di stupefacenti nella notte tra il 15 e 16 ottobre. Al momento del fermo, secondo i familiari, era in buona salute ma il giorno successivo, all’udienza per direttissima, il padre aveva notato tumefazioni al volto e agli occhi del figlio. Nonostante i fatti contestati a Cucchi non fossero di estrema gravità, all’uomo non sono stati concessi gli arresti domiciliari e alla famiglia non è stato permesso di vederlo fino al giorno 23 ottobre, quando l’uomo era già deceduto presso il reparto detentivo dell’ospedale Pertini. I familiari hanno potuto rivedere Stefano Cucchi solo all’obitorio, per il riconoscimento, e in quella sede si sarebbero trovati davanti a un “volto devastato”, che ai consulenti di parte è stato impedito di fotografare.
Rita Bernardini si è dunque rivolta ai ministri Alfano e La Russa per chiedere di fare chiarezza, negli ambiti di rispettiva competenza, sulle circostanze che hanno portato alla morte del detenuto 31enne e di prendere provvedimenti nei riguardi di eventuali responsabili.
La deputata radicale ha inoltre ribadito al ministro della Giustizia l’urgenza di un’indagine conoscitiva sui decessi in carcere che stanno in modo drammatico scandendo il tempo dell'illegalità penitenziaria italiana. “Mentre diramiamo questo comunicato, infatti, ci giunge notizia che un altro ragazzo, un rumeno di 24 anni si è suicidato impiccandosi nel carcere di Tolmezzo. La notizia è stata confermata dalla direttrice Silvia Della Branca che ancora una volta, come tutti i direttori dei penitenziari italiani, ha stigmatizzato l’insostenibile carenza di personale”.

SEGUE IL TESTO DELL’INTERROGAZIONE:

Interrogazione urgente di RITA BERNARDINI

Ai ministri della Giustizia e della Difesa,
premesso che:
- Le associazioni “A buon diritto” e “Antigone”, nelle persone dei rispettivi presidenti Luigi Manconi e Patrizio Gonnella, hanno denunciato la morte del detenuto 31enne Stefano Cucchi nella notte tra il 22 e il 23 ottobre scorsi, presso il reparto detentivo dell’ospedale Pertini di Roma;

- Dal racconto di Manconi e Gonnella e da organi di stampa che l’hanno riportato con l’aggiunta di dettagli si apprendono i seguenti fatti:

- nella notte tra il 15 e 16 ottobre Cucchi veniva arrestato dai Carabinieri perché trovato in possesso di 20 grammi di sostanze stupefacenti;

- Secondo quanto riferito dai familiari, al momento della perquisizione della sua stanza il giovane risultava in buone condizioni, camminava sulle sue gambe e non presentava segni di alcun tipo al viso;

- La mattina seguente - all’udienza per direttissima - il padre ha notato tumefazioni al volto e agli occhi del Cucchi;

- nonostante i fatti contestati a Stefani Cucchi non fossero di particolare gravità, all’uomo non vengono concessi gli arresti domiciliari e, inspiegabilmente, ai genitori non viene permesso di vederlo;

- dal carcere Regina Coeli viene disposto il ricovero all’ospedale Pertini per “dolori alla schiena”;

- l’autorizzazione al colloquio per i genitori di Cucchi giunge per il giorno 23 ottobre, quando ormai è troppo tardi dal momento che la morte sopraggiunge la notte precedente;

- la causa del decesso, avvenuto in circostanze poco chiare, dovrebbe essere arresto cardiaco;

- i genitori rivedono il giovane solo in obitorio, al momento del riconoscimento, e si trovano di fronte a un “volto devastato”;

- Ai consulenti di parte è stata negata la possibilità di fare le fotografie di quel viso;

- Che al momento della morte il peso corporeo del 31enne era di 37 chilogrammi, a fronte dei 42 del momento dell’arresto;

- Dai giornali si apprende inoltre che Carabinieri che hanno effettuato l’arresto la notte del 15 ottobre hanno dichiarato di aver portato Stefano Cucchi in caserma in una camera di sicurezza, di aver chiamato alle 5 del mattino il 118 perché l’uomo stava male, ma che questi non avrebbe voluto essere curato, e di averlo accompagnato il mattino seguente per il rito direttissimo e consegnato alla polizia penitenziaria;

- A giudizio dell’interrogante i fatti richiedono doverosi accertamenti dal momento che Stefano Cucchi è entrato in carcere sulle sue gambe e ne è uscito cadavere


per sapere:
- Se i Ministri competenti siano a conoscenza di quanto riferito in premessa e se i fatti riportati corrispondano a verità;
- Che tipo di traumi presentava Stefano Cucchi il giorno successivo all’arresto e al momento del decesso e come se li sia procurati;
- Se l’uomo abbia subito violenze all’interno della Caserma o del carcere;
- Per quali ragioni sia stato disposto il ricovero all’ospedale Pertini;
- Per quale motivo a Stefano Cucchi non siano stati concessi gli arresti domiciliari;
- Perché i familiari non abbiano avuto l’autorizzazione a vederlo prima del giorno 23 ottobre;
- Quali siano le cause effettive del decesso;
- Se ci siano nessi causali tra i traumi riscontrati dalla famiglia sul corpo del detenuto e le cause del decesso;
- per quale ragione i consulenti di parte non abbiano potuto scattare fotografie al volto dell’uomo successivamente alla morte;
- quali provvedimenti i ministri competenti intendano adottare per far luce sulla vicenda e dare delle risposte alla famiglia di Stefano Cucchi;
- se i Ministri in indirizzo, negli ambiti di rispettiva competenza, non ritengano opportuno e doveroso avviare un’indagine amministrativa interna al fine di accertare le circostanze in cui è avvenuto il decesso del signor Cucchi e, se del caso, prendere provvedimenti nei confronti dei responsabili;
- se il Ministro della Giustizia non ritenga opportuno nonché urgente – come più volte sollecitato dall’interrogante – avviare un’indagine conoscitiva sui decessi in carcere.

lunedì 26 ottobre 2009

DETENUTO MORTO, STADERINI: PUBBLICARE LE FOTO DEL SUO VOLTO TUMEFATTO. APRIRE SUBITO UNA INCHIESTA A 360 GRADI

  • Dichiarazione di Mario Staderini, della Direzione Nazionale di Radicali Italiani

Quando un uomo entra in carcere con le sue gambe e ne esce morto dopo pochi giorni, è indispensabile che le istituzioni spieghino cosa è successo in maniera pronta e trasparente.

E se necessario, ammettano le loro responsabilità.

Stefano Cucchi, 31 anni, non aveva segni sul viso quando fu arrestato per possesso di una modesta quantità di stupefacenti. È morto 6 giorni dopo all’Ospedale Pertini di Roma, senza che ai genitori fosse consentito neanche un colloquio.

La denuncia di Luigi Manconi e dell’Associazione Antigone richiede l’immediato accertamento della verità, senza pastoie burocratiche che allontano dall’obiettivo.

Giusto, quindi, che siano rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi ed i suoi interrogatori, come accadrebbe se si trattasse di inchieste importanti.

Al detenuto ignoto Stefano restituiamo almeno ora quella dignità che solo la forza della verità potrà dare alla sua famiglia.

E ricordiamoci che, in ogni caso, è morto per le conseguenze di un arresto per mero possesso di droga.

venerdì 23 ottobre 2009

PRESCRIZIONI, ASS. DETENUTO IGNOTO: AMNISTIA PER TUTTI E NON SOLO PER I FURBI


Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto
L'ipotesi di accorciare ancora una volta le prescrizioni, avanzata in questi giorni dal pdl, ripropone un sistema di giustizia classista e subdolo a vantaggio dei furbi. Meglio allora, piuttosto che l'ennesima legge ad personam per salvare il Premier dai suoi processi, discutere finalmente alla luce del sole di un reale provvedimento di amnistia, non data da quasi vent'anni, di cui lo stato della giustizia italiana, con un "tappo" di oltre 10 milioni di processi pendenti, ha urgente bisogno.

GIUSTIZIA, BERNARDINI: LA BICAMERALE RIPROPOSTA DAL PDL? METODO INCIUCISTA NON PREVISTO DALLA COSTITUZIONE


La Consulta del PDL sulla Giustizia ripropone il metodo della bicamerale – sì, proprio quella che fu presieduta da Massimo D’Alema nel 1997 – per varare finalmente la riforma della Giustizia in Italia. Quale modo migliore per rimandare sine die una Riforma necessaria come il pane di farle imboccare una strada che ha già dimostrato di essere fallimentare?
Perché – mi chiedo - continuare a mortificare il Parlamento (dopo aver mortificato il popolo italiano al quale è stato negato il diritto ai referendum), affidandosi a strumenti inciucisti non previsti dalla nostra Costituzione? Ricordo al PDL che sono stati approvati dall’aula di Montecitorio atti di indirizzo al Governo (6/00012) che mal si conciliano con la politica delle “riforme condivise”, che nei decenni ha portato solo ad aborti di "riformicchie", senza affrontare i nodi di una Giustizia allo sfascio.
Plaudo all’iniziativa del quotidiano “LIBERO” che sta raccogliendo le firme sulla responsabilità civile dei magistrati, collegandola a quel falso e ipocrita principio dell’obbligatorietà dell’azione penale il quale lascia ad impiegati dello Stato, che avanzano automaticamente in carriera, la scelta tutta politica dei reati da perseguire. L’ho sottoscritta e, per quanto mi è possibile, la propaganderò.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il coraggio di dire l’inammissibile: "amnistia"

• a cura di N.R.


Intorno al tavolo della redazione di Ristretti Orizzonti, nella Casa di reclusione di Padova, il 16 ottobre c’erano Marco Pannella, Rita Bernardini, deputata PD-radicale, Irene Testa, Presidente dell’Associazione Radicale "Il Detenuto Ignoto", per discutere di proposte che possano ridare un senso alla pena: a confrontarsi con loro molti detenuti e rappresentanti di realtà importanti che si occupano di giustizia ed esecuzione delle pene. Tutti disponibili a collaborare con idee e risorse nuove per far uscire dalla palude del sovraffollamento le carceri e ripristinare al loro interno il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, quello che dice che la pena "deve tendere alla rieducazione".

Questi gli obiettivi:
1) La presentazione di una proposta di legge elaborata da Ristretti Orizzonti per un "Patto per il reinserimento e la sicurezza sociale"
2) Una riflessione seria sull’amnistia, per chiudere con una giustizia ingiusta e aprire una stagione di riforme
3) L’elaborazione di progetti che possano rendere le carceri più umane per non far uscire le persone più incattivite di quando sono entrate

Se diciamo che serve un’amnistia per uscire da questa paralisi della giustizia e avviare davvero una stagione di riforme, sappiamo già che avremo contro il mondo intero, che giornali e televisioni scateneranno i loro sondaggi per dirci come gli italiani non vogliano l’amnistia, che gran parte dei politici ribadiranno che l’indulto è stato un errore, e tanto più è impensabile proporre un’amnistia.

E invece noi vogliamo chiederla con forza, un’amnistia, anche se non ci piace come non ci piaceva l’indulto, perché è difficile spiegare ai giovani, ai cittadini che rispettano le leggi, alla gente che vive in un clima di insicurezza che bisogna ricorrere a misure che in qualche modo svuotano di senso la pena, come l’amnistia e l’indulto, proprio per ridare poi un senso alla giustizia e all’esecuzione delle pene.

Oggi un’amnistia però serve:
a) per evitare di spendere risorse e denaro in inutili processi, dove le condanne verrebbero di fatto annullate dall’effetto dell’indulto;
b) per sbloccare un sistema della giustizia che è paralizzato, e non a caso è enorme il numero di procedimenti avviati per l’eccessiva durata dei processi;
c) per far emergere il "sommerso" di un’amnistia strisciante che già esiste, ed è basata però quasi esclusivamente sul censo, ed è la prescrizione

Ma serve anche, oggi, subito, qualcosa che ridia alle carceri un po’ di umanità e alle pene un po’ di senso. È per questo che la redazione di Ristretti Orizzonti ha elaborato una proposta per introdurre una nuova misura alternativa che riguardi l’ultimo periodo di pena, un vero Patto per il reinserimento e la sicurezza sociale: una misura che dovrebbe essere concessa automaticamente per gli ultimi tre anni di pena, perché tenere una persona in carcere fino all’ultimo giorno significa non tanto tutelare la sicurezza della società, quanto piuttosto esporre la collettività al rischio molto alto che quella persona, uscendo dal carcere senza risorse e senza controlli, torni a commettere reati. Dunque il Patto per il reinserimento costituisce anche un investimento sulla sicurezza della collettività.
Con i radicali e con tutte le associazioni, forze politiche, realtà sociali che si occupano di giustizia e di tutela dei diritti delle persone private della libertà Ristretti Orizzonti intende quindi portare avanti una battaglia per rispondere al sovraffollamento e alla illegalità che c’è oggi nelle carceri con proposte, che arrivino dalle carceri stesse, e da chi le abita, e sta dando prova di grande civiltà e maturità in un momento davvero drammatico.

(a cura della redazione di “Ristretti Orizzonti”)

giovedì 8 ottobre 2009

Padova: dalle ore 12, "Amnistia: per chiudere con la giustizia ingiusta e aprire una stagione di riforme", con Pannella, Bernardini, Testa


Padova, 16 ottobre 2009

Redazione di Ristretti Orizzonti /Associazione "Il Detenuto Ignoto"

Conferenza stampa e dibattito

Amnistia: per chiudere con la giustizia ingiusta e aprire una stagione di riforme
Venerdì 16 ottobre 2009, ore 12.00 - 16.00 Casa di Reclusione di Padova - Via Due Palazzi 35/a - Padova


Difendiamo l’articolo 27 della Costituzione: amnistia, carceri più umane, misure alternative per il reinserimento e la sicurezza sociale.

Al termine della conferenza stampa la Redazione di Ristretti Orizzonti affiderà all'On. Rita Bernardini l'appello "Difendiamo l’articolo 27 della Costituzione", con l'elenco delle adesioni pervenute, perché lo consegni nelle mani del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. All'appello hanno aderito molte Associazioni di Volontariato e per la difesa dei Diritti Umani, Enti Religiosi, Sindacati e Cooperative, Parlamentari, Giuristi, Garanti dei diritti dei detenuti, e tantissime "persone comuni", che condividono l'idea di una sicurezza sociale costruita sull'inclusione e sulla solidarietà.

Conducono

· Detenuti e volontari della redazione di "Ristretti Orizzonti"
· Irene Testa (Presidente dell’Associazione Radicale "Il Detenuto Ignoto")

Discutono

· Marco Pannella (Presidente Senato Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito)
· Rita Bernardini (Deputato Pd-Radicali, membro Commissione Giustizia Camera dei Deputati)
· Luigi Ferrajoli (Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università di Roma Tre) - in attesa di conferma
· Magistrato in rappresentanza di "Magistratura Democratica" - in attesa di conferma
· Leonardo Arnau (Avvocato, Rappresentante di "Giuristi Democratici")
· Enrico Sbriglia (Segretario nazionale del Sindacato dei direttori e dirigenti penitenziari - Sidipe)
· Desi Bruno (Avvocato e Coordinatore dei Garanti Territoriali dei Diritti dei detenuti)
· Giuseppe Mosconi (Ordinario di Sociologia della devianza all’Università di Padova)
· Elisabetta Laganà (Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia)
· Licia Roselli (Presidente dell’Associazione "Agesol - Agenzia di Solidarietà"

È stato invitato Flavio Zanonato (Sindaco di Padova e Responsabile ANCI politiche sicurezza urbana)

Segreteria
Francesco Morelli
tel. 049.8712059 - cell. 349.0788637
mail: redazione@ristretti.it

mercoledì 7 ottobre 2009

Giustizia: Radicali; carceri da svuotare, con le pene alternative

Giustizia: Radicali; carceri da svuotare, con le pene alternative

di Donatella Poretti (Senatore Radicali-Pd)

Agenzia Radicale, 9 ottobre 2009

La situazione in cui versano oggi le carceri è catastrofica e non pochi interventi ci vorranno per risanare la situazione ormai al collasso. Non solo per la sovrappopolazione oltre i limiti legali, ma anche per altri fattori. Tra questi la mancata applicazione di misure alternative: oggi spesso tardive e non efficaci perché legate ad una seconda pronuncia da parte della magistratura di sorveglianza.

Opportuni meccanismi di automatismo, invece, consentirebbero ai detenuti che ne hanno diritto di accedervi più agevolmente, con conseguenza che meno persone entrerebbero in carcere e ci sarebbe una maggiore efficienza del sistema penitenziario. Grazie alla collaborazione con l’associazione "Il Detenuto Ignoto", insieme al senatore Marco Perduca ho depositato un disegno di legge che prevede l’introduzione della pena dell’affidamento al servizio sociale, da affiancarsi alle tradizionali pene previste dall’art. 17 del Codice Penale (reclusione, multa, arresto, ammenda) e da irrogarsi direttamente dal giudice di cognizione con la sentenza di condanna.

Questa nuova pena abbatte il meccanismo "a doppia battuta" finora in uso, cioè l’applicazione delle misure alternative vincolato a una successiva sentenza della magistratura di sorveglianza, sentenza che spesso arriva in ritardo causando "ristagni" in prigione di detenuti che potrebbero uscire in misura alternativa.

Questo affidamento ai servizi sociali come pena principale potrà essere applicata ai reati oggi puniti con la reclusione non superiore ai tre anni. Tenuto conto che il 33% circa della popolazione carceraria rientra proprio in questa fascia, l’introduzione di una tale riforma potrà contribuire ad attenuare la gravissima situazione di sovraffollamento delle carceri.

giovedì 1 ottobre 2009

"Le carceri scoppiano", appello di Fuoriluogo



Roma, 1 ottobre 2009

• dal sito www.fuoriluogo.it

LE CARCERI SCOPPIANO: POTENZIAMO LE MISURE ALTERNATIVE,

LIBERIAMO I TOSSICODIPENDENTI!

Le carceri italiane hanno rotto il muro del silenzio. I detenuti ammassati nelle celle hanno protestato contro la loro condizione. Oggi quasi 65.000 uomini e donne sono reclusi oltre ogni limite di capienza, per cui anche il Ministro della giustizia lamenta la situazione delle galere come fuori dalla Costituzione.

Il sovraffollamento non avviene per caso, ma a causa di leggi che hanno un nome (la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, quella sull’immigrazione e la legge Cirielli sulla recidiva) e per reati di irrilevante offensività sociale, come quello recentemente reintrodotto di oltraggio a pubblico ufficiale.

Da sola la legge sulle droghe riempie per la metà le carceri italiane. Anche gli autori della legge più punitiva dell’Europa unita si sono affannati in questi anni a sostenere che le persone tossicodipendenti non devono stare in carcere; invece accade il contrario.

L’affidamento speciale previsto per i tossicodipendenti può essere concesso quando la pena detentiva inflitta o residua non sia superiore a sei anni.

Sono oggi almeno diecimila i detenuti che si trovano in questa situazione ossia che stanno in carcere ma potrebbero usufruire di questa misura alternativa sulla base di un programma da intraprendere in comunità o presso il servizio pubblico. Un detenuto affidato in comunità costa più o meno 18 mila euro annui (all’amministrazione penitenziaria costa il triplo). Con 180 milioni di euro a disposizione le regioni italiane potrebbero pagare le rette in comunità per diecimila detenuti tossicodipendenti oggi inspiegabilmente in carcere. Con la stessa cifra si costruirebbero al massimo tre carceri che darebbero spazio a circa 600 detenuti nel 2019 (dieci anni è la media italiana di tempo per la costruzione di un nuovo istituto). Se usati invece per liberare i tossicodipendenti si darebbe l’avvio a un processo di vera decongestione del sistema penitenziario.

Chiediamo ai responsabili del Governo e delle Regioni di predisporre un piano immediato di risorse, a partire da quelle inutilmente congelate da troppi anni nella Cassa delle ammende, per garantire l’applicazione delle norme previste per l’affidamento speciale dei detenuti tossicodipendenti e ogni altra misura idonea a potenziare il circuito delle misure alternative alla detenzione.

Chiediamo una applicazione estesa delle misure alternative, dal lavoro esterno alla semilibertà, attraverso un piano di lavori socialmente utili, impegnando le persone nella tutela dell’ambiente, del verde pubblico, nell’agricoltura, nelle zone di montagna abbandonate.

La risposta non può essere affidata all’edilizia penitenziaria, alla costruzione di nuove carceri, alla faraonica pretesa di costruire per il 2012 quindicimila nuovi posti nelle carceri italiane, dissipando ingenti risorse economiche per un risultato che già oggi sarebbe insufficiente a ricondurre nella legalità le carceri italiane.

Pretendiamo piuttosto la ristrutturazione del patrimonio esistente per renderlo coerente con i principi definiti con chiarezza assoluta dalla Costituzione per definire il senso della pena e per garantire la risocializzazione, nel rispetto dei diritti previsti dalla Riforma penitenziaria del 1975 e dal regolamento del 2000, affinché la pena sia scontata in condizioni di umanità e dignità come previsto dalle Convenzioni internazionali.

Questo non vuole essere un generico appello, ma il primo anello di una catena di azioni pubbliche e collettive per rivendicare l’urgenza di impegni concreti e credibili.

Il Governo, le Regioni e gli enti locali possono e devono costruire una manovra coordinata per predisporre un calendario operativo di dimissioni di tutti i detenuti che, a vario titolo, hanno diritto alle misure alternative coinvolgendo associazioni, volontariato, comunità disponibili al cambiamento possibile.

Promosso da:

Forum Droghe, Antigone, Gruppo Abele, Arci, La Società della Ragione, Ristretti Orizzonti, Comunità San Benedetto al Porto, Coordinamento nazionale dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, Conferenza nazionale volontariato giustizia, Cnca nazionale, Seac (Coordinamento enti e associazioni volontariato penitenziario), Fondazione Basaglia, Cooperativa Cat (Firenze)

Adesioni:

Stefano Anastasia, Beatrice Bassini, Paolo Beni, Rita Bernardini, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Stefano Cecconi, Claudio Cippitelli, Luigi Ciotti, Maurizio Coletti, Franco Corleone, Sandro Del Fattore, Andrea Gallo, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Leopoldo Grosso, Franco Marcomini, Sandro Margara, Bruno Mellano, Patrizia Meringolo, Mariella Orsi, Pier Paolo Pani, Livio Pepino, Morena Piccinini, Stefano Regio, Susanna Ronconi, Fabio Scaltritti, Sergio Segio, Maria Stagnitta, Franco Uda, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa

Per aderire:

www.fuoriluogo.it


ANNI 19, IMPICCATO IN CARCERE. NESSUNO LO SA. IL PIANO EDILIZIO, CARO PREMIER, NON RISOLVE



• da L'Altro del 1 ottobre 2009, pag. 1

di Rita Bernardini

Un cileno e un calabrese, negli ultimi venti giorni, si sono impiccati nello stesso carcere, quello di Castrovillari in provincia di Cosenza. Il primo aveva 19 anni, il secondo 39. I giornali non ne hanno parlato, nonostante che la notizia sia passata ieri sulle agenzie di stampa attraverso un mio comunicalo in cui chiedevo al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di intervenire urgentemente per arginare l’emorragia di vite umane che si manifesta, con l’incredibile numero di suicidi o con la morte civile e senza speranza di chi è costretto a vivere in modo indegno di un paese civile.
Il fatto che il primo suicidio non sia trapelato per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà del Dap (Dipartimento amministrazione peniteziaria) rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre. Le loro statistiche sono sempre al ribasso, risparmiano sulla conoscenza e sulla verità dei fatti e, se possono barare, barano. Come quando escludono dal novero dei suicidi in carcere coloro che, con il cappio al collo, hanno l’avvedutezza di morire nel tragitto tra il carcere e l’ospedale. Il fatto che il secondo suicidio sia emerso solo quando ieri ho posto la domanda esplicita al direttore, non là che confermare la reticenza del Dipartimento a far conoscere gli effetti della sua "amministrazione" dei penitenziari.
C’è da dire che il Dap, amministrato dal dottor Franco Ionta, gode anche della complicità di quasi tutti mezzi di informazione che considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.
Chissà se il Presidente del Consiglio sia venuto a saperlo in qualche modo, magari prima delle dichiarazioni di ieri quando ha rilanciato il "suo" piano carceri che prevede la costruzione di nuove strutture penitenziarie per 20.000 nuovi posti? In questo momento non voglio entrare nel merito di come Silvio Berlusconi intenda perseguire questa politica, cioè di come reperirà le risorse: se attraverso i modernissimi supermarket "Poggioreale" e "Sollicciano" oppure gli esclusivi Grand Hotel Regina Coeli e San Vittore. In questo momento non mi interessa sapere se la costruzione dei nuovi istituti sarà appaltata o meno a quelle mammolette che faranno rientrare a prezzo di una piccola indulgenza capitali immacolati precedentemente esportati in Svizzera o in altri paradisi fiscali. Ora mi interesserebbe sapere dal Presidente del Consiglio in quanto tempo pensa di compiere questa impresa: uno, due, tre, dieci anni? In secondo luogo vorrei sapere con quale personale - agenti, educatori, psicologi, direttori, assistenti sociali, medici ed infermieri - pensa di amministrare queste nuove strutture e, infine, se abbia intenzione di riformare l’articolo 27 della Costituzione che impone allo Stato di non infliggere pene contrarie al senso di umanità, pene che devono tendere alla rieducazione del condannato.
Se Berlusconi mi consente, vorrei fare anche due conti facili facili. In questo momento nelle carceri italiane ci sono 65.000 detenuti, cioè 22.000 in più della capienza regolamentare. Il ritmo di crescita della popolazione detenuta è di mille unità al mese. Prevedibilmente, dunque, entro la fine dell’anno saremo a 68.000, cioè a 25.000 detenuti in più. Convertendo a supermarket o hotel le vecchie carceri - considerando solo le più grandi e storiche - si verrebbero a perdere circa 5.000 posti, per cui diverrebbero 30.000 i posti mancanti.
Perciò, anche se Berlusconi facesse “‘o miracolo" di costruire i ventimila nuovi posti entro il 2010, non avrebbe, comunque, minimamente scalfito l’illegale sovraffollamento. I conti sono presto fatti: 68.000 più 12.000 (l’incremento del prossimo anno) = 80.000 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 58.000 (43.000 - 5.000 più 20.000). Cioè nelle patrie galere mancherebbero sempre 22.000 posti.
Non proseguo con i conti che verrebbero fuori se, come prevedibile, la costruzione di nuovi istituti richiedesse più di un anno e se considerassimo il ritmo di crescita della popolazione penitenziaria sopra ricordato, dovuto anche all’introduzione del reato di immigrazione clandestina.
Sul personale necessario in termini di sicurezza e di rieducazione ad un popolo di reclusi che viaggia verso le centomila unità nei prossimi tre anni, c’è poco da dire se nella situazione attuale - e solo per quel che riguarda gli agenti di polizia penitenziaria - già mancano all’appello più di 5.000 unità.
Concludendo - consapevole di aver trascurato le assennate misure che, da subito, potrebbero ridimensionare il grave sovraffollamento delle patrie galere e che come Radicali, insieme ad altre associazioni che si occupano di carcere, abbiamo proposto sotto forma di disegni di legge - penso che il Presidente del Consiglio sia in buona fede quando afferma che "l’obiettivo fondamentale resta quello di ridare dignità a chi viene condannato dalla giustizia"; il problema è che nella situazione attuale la "giustizia" italiana (quella che lui non vuole riformare) produce gironi infernali di sofferenza e umiliazione e l’ultimo girone è proprio quello del carcere, dove l’anestetico per sopportarne le forme di tortura che alimenta, è, ogni giorno di più, un cappio al collo che si stringe sempre.

mercoledì 30 settembre 2009

GIUSTIZIA, TESTA: LE PRESCRIZIONI PER I PESTAGGI DI SAN SEBASTIANO, ENNESIMA CONFERMA DELL'URGENTE NECESSITÀ DI UNA AMNISTIA


Si apra al più presto ampio dibattito in Parlamento.

Roma, 30 settembre 2009

• Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto

Anche se non pare che per il momento le agenzie nazionali ne abbiano dato notizia, in Sardegna i maggiori organi di informazione oggi danno rilievo all'esito scandaloso di alcuni dei procedimenti contro gli agenti di polizia penitenziaria che il 3 aprile del 2000 furono autori del violento pestaggio inflitto in massa a una trentina di detenuti nel carcere San Sebastiano di Sassari: sette prescrizioni per decorrenza dei termini, tra chi scelse di farsi processare con il rito ordinario. Colpevoli, secondo il collegio del Tribunale di Sassari, hanno così beneficiato di quella strisciante amnistia di classe - come la definisce spesso Marco Pannella - delle prescrizioni, riservata solo a chi ha i mezzi e l'assistenza legale per protrarre oltre i termini utili i processi. Queste prescrizioni sono solo l'ennesima conferma che lo stato dello giustizia italiana, i cui tempi interminabili producono oggi un accumulo di più di 9 milioni di processi civili e penali che giacciono nelle cancellerie dei tribunali, necessita di un'urgente e non più rimandabile riforma. Per quanto ancora il Parlamento potrà sottrarsi dall'affrontare il più ampio dibattito sulla giustizia e sulla responsabilità davanti al popolo elettore di votare un'amnistia alla luce del sole, contro l'imbroglio di una giustizia che si ritrova sempre di più ad essere violenta contro i deboli, ma raggirabile dai forti?

Il pestaggio a San Sebastiano:due assoluzioni e sette prescrizioni

Si è chiusa con due assoluzioni per non aver commesso il fatto e sette prescrizioni la vicenda dei pestaggi nel carcere San Sebastiano per nove agenti della polizia penitenziaria, che scelsero il rito ordinarioSono colpevoli, secondo il collegio del Tribunale di Sassari, sette agenti, imputati nel processo bis, che parteciparono al maxi pestaggio del 3 aprile del 2000 all'interno del carcere sassarese e non scelsero di affrontare il processo con il rito abbreviato. Colpevoli anche se i reati di lesioni, violenza privata e abuso d'ufficio sono stati derubricati in reati minori, e dunque meriterebbero di essere condannati, ma la prescrizione, arrivata dopo un processo durato troppi anni, ha evitato a tutti la condanna. La sentenza è arrivata nel pomeriggio. Il presidente Massimo Zaniboni e i giudici a latere Antonello Spanu e Maria Teresa Lupinu hanno accolto in parte la richiesta dell'accusa. Il pubblico ministero Gianni Caria aveva chiesto per tutti l'assoluzione e la concessione delle attenuanti generiche, le stesse di cui avevano beneficiato tutti gli altri imputati che scelsero il rito abbreviato, compresi i vertici della polizia penitenziaria. A questa richiesta si erano opposti gli avvocati di parte civile. Secondo i difensori delle parti offese chi ha scelto il rito ordinario non avrebbe dovuto beneficiare degli "sconti" ottenuti da chi è stato processato con il rito abbreviato. Due anni fa, per chi aveva scelto il rito abbreviato, era arrivata la condanna inflitta al capo delle guardie Ettore Tomassi, all'ex provveditore regionale alle carceri Giuseppe Della Vecchia, all'ex direttrice del carcere Maria Cristina Di Marzio e a otto agenti di polizia penitenziaria. Per altri 44 agenti era arrivata, invece, l'assoluzione in primo e secondo grado che la Cassazione aveva confermato.

mercoledì 23 settembre 2009

Carceri, Bernardini: Amnistia per uscire dall’illegalità


Roma, 22 settembre 2009

• Sintesi dell’intervento tenuto da Rita Bernardini, deputata Radicale-PD membro della Commissione Giustizia, in occasione della presentazione del libro di Laura Baccaro e Francesco Morelli “In carcere: del suicidio ed altre fughe”

Uno Stato che per decenni viola la Costituzione si comporta da delinquente abituale. Le carceri italiane sono del tutto fuori legge, soprattutto rispetto all’art.27 della Costituzione: circa 23 mila detenuti in più rispetto alla capienza massima, almeno 5 mila (ma noi Radicali ne abbiamo contati 8 mila) agenti penitenziari in meno rispetto al numero previsto, assenti gli educatori, quasi scomparsi gli psicologi. Davanti ai dati di un’illegalità patente, che viene meno al rispetto dei più elementari diritti umani, tutti siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità. Il carcere è un’istituzione opaca, per questo noi radicali abbiamo presentato una proposta di legge per istituire un’anagrafe pubblica delle carceri, che renda più trasparente una realtà di cui all'esterno si sa poco o nulla. Oggi il carcere è inteso come parte estranea alla società: un universo lontano e dimenticato. Se i cittadini sapessero come sono le prigioni italiane e cosa avviene al loro interno, ci sarebbe una maggiore sensibilità, comprensione e intelligenza nel considerare la funzione del carcere che dovrebbe essere quella di extrema ratio e non di discarica sociale da dove a fine pena non si ha alcuna possibilità di reinserimento se non nel settore sempre più florido della criminalità organizzata. C’è bisogno di risposte adeguate, di una riforma della Giustizia e di misure urgenti come l'amnistia proposta da Marco Pannella. Un’amnistia ben diversa da tutte quelle varate fino al 1990 che hanno permesso, in totale, la scarcerazione di 50 mila detenuti. Con l’amnistia proposta da Pannella si intende contrastare e sconfiggere l’amnistia strisciante alla quale assistiamo giorno dopo giorno, quell’amnistia di classe, fatta di prescrizioni, che in dieci anni ha impedito di celebrare un milione e 800 mila processi. Le carceri sono il terminale di una Giustizia che ad oggi conta 5 milioni e 200mila processi penali arretrati e 200mila prescrizioni all’anno. Una giustizia per ricchi, furbi e ammanicati con il potere, che niente ha a che vedere con il concetto stesso di giustizia. Il sistema giudiziario necessita di riforme urgenti e, per far questo, l’amnistia proposta da Pannella e' uno strumento fondamentale. Ragionare seriamente su questo è la strada migliore per superare il dato di illegalità delle carceri italiane.

Carceri, Detenuto Ignoto ad Antonio Di Pietro: bene il dibattito in Commissione Giustizia ma non solo su polizia penitenziaria

Roma, 22 settembre 2009

• Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto

Il problema della carenza di personale di polizia penitenziaria merita certamente attenzione da parte delle Istituzioni. Non a caso stamane solo i radicali, con Marco Pannella e Rita Bernardini erano presenti alla manifestazione organizzata dalla Uil penitenziari. E' necessario che le Camere affrontino sì il problema alla radice, ma quello dell'intera comunità penitenziaria, che comprende certo la polizia ma anche la condizione inumana e degradante a cui sono sottoposte oggi le persone recluse. Per questo, ci auguriamo che il dibattito ottenuto dall'Italia dei Valori in Commissione Giustizia alla Camera, non si limiti ad un solo aspetto, ma che invece possano essere affrontati, nel complesso, i molteplici problemi che affliggono il sistema penitenziario e la giustizia Italiani.

sabato 12 settembre 2009

Conferenza stampa di presentazione del libro In carcere: del suicidio ed altre fughe

Roma, 22 settembre 2009 -

Conferenza stampa di presentazione del libro In carcere: del suicidio ed altre fughe

di Laura Baccaro e Francesco Morelli
Martedì 22 settembre 2009, ore 12

Sala Stampa della Camera dei Deputati ‐ Via della Missione 4 ‐ Roma
Presentano

• Ornella Favero (Direttore responsabile di “Ristretti Orizzonti”)
• Irene Testa (Presidente dell’Associazione “Il Detenuto Ignoto”)
• Laura Baccaro (Co‐autore del libro, Psicologa e Criminologa)

Intervengono

• Rita Bernardini (Deputato Radicali / Partito Democratico)
• Luigi Manconi (Presidente Associazione “A Buon Diritto”)
• Patrizio Gonnella (Presidente Associazione “Antigone”)
• Riccardo Arena (Direttore di “Radio Carcere”)
• Rappresentante del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria

CARCERI. RADICALI, BERNARDINI: DAP SI COMPORTA COME PONZIO PILATO


DA OGGI COMUNITA' PENITENZIARIA ANCORA PIU' SOLA"

Roma, 12 settembre 2009

Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata Radicale-PD, membro della Commissione Giustizia.

"Con una circolare inviata a tutti i Provveditori Regionali, il DAP tenta di correre ai ripari dal rischio di una valanga di ricorsi che si preannunciano a seguito della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha condannato l'Italia al pagamento di mille euro quale risarcimento nei confronti del cittadino bosniaco Sulejmanovic, che aveva
subito a Rebibbia un periodo di detenzione in violazione dell'articolo 3 della "Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". La violazione, in particolare, riguardava il divieto di tortura e di pene o trattamenti inumani e degradanti. La circolare odierna del Dap, nella sostanza, invita i Provveditori regionali - e tramite loro i Direttori dei 206 istituti penitenziari - "in occasione della ubicazione delle persone detenute, al rispetto degli
standard minimi individuati dalla Corte (spazio detentivo non inferiore a 3 mq a persona) e ad adottare misure correttive per le ipotesi in cui siano riscontrate situazioni non conformi ai parametri da questa stabiliti". Ma l'illegalita' delle carceri nostrane non si supera con circolari burocratiche che nessun direttore e' in grado di rispettare:
seppure riuscissero a trovare (come?) i 3 mq per ogni detenuto, come la mettiamo con il fatto che i detenuti, in quello spazio da polli da batteria ci devono stare 18, 20, 22 ore al giorno? E con il fatto che per la carenza di personale, la permanenza in galera si riduce alla sola custodia, tanto che il lavoro, le attività di socializzazione, persino le
ore d'aria, sono riservate ad una estrema minoranza dei detenuti? Per non parlare delle disastrose condizioni igienico-sanitarie. La citata circolare viene letteralmente scaricata sui Direttori che per di più non possono rifiutarsi di trattenere nelle prigioni tutti i detenuti che arrivano, direttori che sono privati persino dei mezzi di sussistenza
per la gestione ordinaria dell'istituto. Il Dap si lava la coscienza con una circolare, lasciando nella piu completa illegalita', solitudine e disperazione l'intera "comunita' penitenziaria".

venerdì 11 settembre 2009

"Amnistia subito"

• da Left del 11 settembre 2009, pag. 10

Marco Pannella torna a proporre «amnistia subito». Presentata sin dal 1977, il leader Radicale la sostiene a maggior ragione adesso che in Italia «è stata reinstaurata una pena di morte surrettizia quanto certa: 40 suicidi nel 2009, più altri 14 morti di prigione italiana». L’ultima tragedia dietro le sbarre si è consumata l’8 settembre, quando un detenuto tunisino di 42 anni è deceduto dopo un mese di sciopero della fame per contestare la condanna per violenza sulla ex convivente. La proposta di Pannella è anche contro «l’amnistia strisciante, quotidiana, clandestina e di massa della prescrizione. Amnistia come primo gesto per tentare di risolvere la vera grande emergenza di questo Paese: la crisi della giustizia». Il progetto Radicale ha raccolto consensi trasversali: a favore, l’ex senatore Ds Guido Calvi («il nostro errore fu fare solo l’indulto. Per evitare la prescrizione è opportuno dare un taglio ai processi più modesti»), il leader dell’Udeur Clemente Mastella («una buona ragione per battersi»), e il deputato Pdl Gaetano Pecorella, che però ne ribalta il fine («un’amnistia limitata a reati che non destino allarme sociale»). Contrari, il presidente dell’Idv Antonio Di Pietro («i detenuti devono essere messi in condizioni di vita dignitose ma devono stare dentro») e il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri («finché ci sarà questa maggioranza non ci sarà alcuna amnistia»).

giovedì 10 settembre 2009

Giustizia, Pannella: “Povero, caro Alfano: quando descrive lo sfascio della Giustizia italiana, sembra quasi un radicale....”

Roma, 10 settembre 2009

“Povero, caro ministro Alfano. Lui così equilibrato, moderato e misurato, quando riferisce alla Camera sulla Stato della Giustizia italiana (27 gennaio 2009) sembra quasi un radicale. E’ costretto ad assumere il nostro lessico, notoriamente eccessivo: “impressionante”, “un vero dramma”, “spaventoso arretrato” e via esagerando. Addirittura parla di “debito giudiziario dello Stato”. E dice bene”.

Questo l’ironico commento del leader radicale Marco Pannella alle parole pronunciate a gennaio dal ministro di Giustizia, in un nuovo scritto pubblicato stamane sul quotidiano L’Altro.

“Sommando civile e penale – nota Pannella – l’arretrato dei processi arriverà presto alla cifra iperbolica di 11 milioni di procedimenti pendenti. Le prescrizioni sono almeno due milioni nell’arco di un decennio. Se poi si aggiungono quelle del ventennio precedente, si arriva alla cifra record, rispetto a qualunque amnistia, di cinque milioni di prescrizioni”.

Dopo aver polemizzato con Di Pietro, Pannella spiega:

“Esistono dunque, caro Tonino, caro Alfano, due “amnistie”. La nostra proposta, fondata sul diritto e finalizzata a una Grande Riforma della Giustizia; e quella imperante, clandestina, strisciante, di massa e di classe, imposta a un popolo martirizzato e oppresso dalla seconda partitocrazia, quella che ha sostituito la precedente, fascista”.

“Noi Radicali – conclude Pannella – vogliamo una linea chiara e ufficiale di politica giudiziaria, per stabilire i reati da amnistiare; loro invece optano per questa “amnistia” anonima, banale come il Male totalitario, illegale, l’assassinio di Stato chiamata “prescrizione”, affinché faccia liberamente il suo corso, devastando la Giustizia e lo Stato di diritto, i tribunali e le carceri, le famiglie e le vite”.



Carceri, Bernardini: detenuto senegalese suicida a Teramo, interrogazione dei radicali

Roma, 9 settembre 2009

• Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata Radicale-PD

Quando, oltre alla privazione della libertà, ti viene tolta ogni dignità di essere umano, è facile cedere alla sconforto e farla finita. Non è un caso, infatti, che nelle galere italiane i suicidi siano 20 volte superiori a quelli che avvengono fuori. E se chi rappresenta le istituzioni è consapevole che le carceri nostrane sono illegali - o, addirittura, fuori dalla Costituzione - ma non muove un dito per riportarle nella legalità, rischia di far divenire lo Stato un delinquente abituale", lo dichiara la deputata radicale Rita Bernardini, membro della Commissione Giustizia, che oggi ha presentato un'interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia Alfano sul suicidio del detenuto senegalese 32enne Khole Abib, avvenuto ieri nel carcere "Castrogno" di Teramo. L'uomo era stato arrestato a marzo scorso con un'accusa di violenza sessuale, era in attesa di giudizio e si proclamava innocente. La deputata radicale si è rivolta al ministro della Giustizia affinché venga fatta luce su questa nuova morte, che giunge a soli tre giorni di distanza da quella di un altro detenuto: il tunisino deceduto a Pavia in seguito a un lunghissimo sciopero della fame. Questo nuovo grave episodio non fa che sottolineare ulteriormente l'urgenza di un'indagine sui decessi che avvengono tra i detenuti delle carceri italiane, inclusi i suicidi. Quello di Khole Abib è infatti il 34esimo suicidio nelle carceri italiane dall'inizio del 2009.

SEGUE IL TESTO DELL'INTERROGAZIONE

Al Ministro della Giustizia Per sapere –

premesso che: -

Fonti giornalistiche riferiscono che il giorno 8 settembre il detenuto senegalese di 32 anni, Khole Abib, in attesa di giudizio, è stato trovato morto nella sua cella del carcere "Castrogno" di Teramo; - Che quanto rinvenuto nella cella: una bomboletta del gas vuota, un sacchetto di plastica e dei biglietti di addio, lascerebbe pensare a un suicidio; - l'uomo, che si proclamava innocente, era stato arrestato il 3 marzo 2009 dai Carabinieri di Pescara per violenza sessuale su una diciottenne affetta da ritardo mentale; a maggio scorso era evaso mentre si trovava al pronto soccorso, ma dopo quattro giorni di fuga tra Teramo e Giulianova (Teramo) si era costituito ai Carabinieri di Giulianova;

- il trentaduenne, sposato e padre di un bambino, aveva un regolare permesso di soggiorno e lavorava come commerciante ambulante; - dai dati raccolti in occasione dell'iniziativa "Ferragosto 2009 in carcere" che ha registrato la partecipazione di 165 fra parlamentari e consiglieri regionali, (dati aggiornati al 27 agosto 2009) emerge che nel carcere "Costrogno" di Teramo vi è un esubero di 163 detenuti e un deficit di 48 agenti penitenziari e che su un totale di 394 detenuti, 189 sono in attesa di giudizio;

- dai suddetti dati - sicuramente sottostimati - emerge inoltre che al 27 agosto u.s. erano già 53 i decessi registrati nel 2009 tra i detenuti nelle carceri italiane, dei quali 33 suicidi, e 3974 gli atti di autolesionismo segnalati dall'inizio del 2008.

Per sapere: - se il ministro è a conoscenza dell'accaduto e, nel caso, se dispone di ulteriori informazioni, e quali anche sulla dinamica che ha portato alla morte di Khole Abib; - il ministro intenda prendere provvedimenti, e quali, per fare chiarezza sulla vicenda che ha coinvolto il 32enne senegalese;

- se, infine, alla luce di questo nuovo drammatico episodio che coinvolge un detenuto il ministro non ritenga urgente, anche partire dalla grande mole di dati a sua disposizione grazie all'iniziativa "Ferragosto 2009 in carcere", avviare un'indagine sui decessi che avvengono tra i detenuti delle carceri italiane, inclusi i suicidi, per verificarne le cause reali e scongiurarne di nuovi.

venerdì 4 settembre 2009

ERA MALATO, UCCISO DAL CARCERE, I RADICALI CHIEDONO UN'INDAGINE



• da Terra del 4 settembre 2009, pag. 3

di Irene Testa

Quando le tragedie sono annunciate allora non resta che la frustrazione amara chi aveva lanciato allarmi per scongiurare un triste epilogo, tanto più devastante quando la vittima di un suicidio che si sarebbe potuto evitare è il proprio figlio. Non si dà pace Michele Campanale, pur nella rassegnazione a cui deve abituarsi, ora che Luca, 28 anni, se ne è andato impiccandosi alla finestra del bagno della sua cella a San Vittore. Non dovrà più corrergli dietro. Lo faceva sempre da quel giorno in cui Luca, allora diciassettenne, sopravvisse a un brutto incidente. Da quel momento la sua vita si trovò costretta a seguire le peripezie di una testa che non funzionava più a dovere. Due tentativi di suicidio, due trattamenti sanitari obbligatori, il tutto condito da numerosi ricoveri in comunità terapeutiche di disintossicazione dalla dipendenza - catalizzata dai suoi problemi psichici - da alcol e cocaina. Tutto scritto nero su bianco sulle perizie psichiatriche prodotte in sede processuale, portate in aula nelle udienze per quelle due rapine, e in appello. Secondo l’avvocato di famiglia, da queste perizie emergerebbe l’assoluta incapacità di intendere e di volere del ragazzo. Ma tant’è, le sentenze sono due condanne a due anni di reclusione ciascuna, e ulteriori sei mesi di permanenza in una casa di cura e custodia. La patologia non la si può negare, è bollata e certificata, ma per i giudici è solo parziale, e questo dà loro modo, sottratta una doverosa diminuente della pena, di assicurare Luca alla giustizia. Ed è proprio quella giustizia, quella stessa che, nonostante i suoi ripetuti avvertimenti e allarmi, ha concorso all’estremo gesto del figlio, che ora Michele vuole interrogare e mettere alla prova, portandola in causa innanzi a sé stessa. Per capire come muoversi in un campo tanto delicato, da poco Michele ha postato un messaggio sul sito della senatrice Poretti, radicale che si è spesa con generosità nell’iniziativa della sua compagna di partito Rita Bernardini, "Ferragosto in carcere 2009", campagna che ha visto la partecipazione di numerosi parlamentari e consiglieri di ogni schieramento in una massiva visita ispettiva presso 189 dei 220 istituti di pena italiani. Intanto, per il caso del suicidio tra le sbarre di Luca Campanale, la senatrice Poretti ha già preparato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, in cui si ricorda che, stante la comprovata sofferenza psichica del detenuto e il pericolo che commettesse atti gravemente autolesionistici e suicidi, questi veniva pochi giorni prima del suo gesto trasferito in una cella non dotata di adeguati sistemi di controllo e dove non si provvide alla vigilanza nei suoi confronti. A nulla valse, dunque, il profluvio di lettere e parole veicolanti preoccupazioni e caveat sulle condizioni psichiche di Luca, intercorso tra il padre, il legale di famiglia e le direzioni sanitarie degli istituti di pena dove era alloggiato. E a nulla valsero pure le indicazioni dei medici che lo visitarono nel carcere di Pavia e che ne raccomandarono “il trasferimento urgente presso altra struttura protetta, al fine di rendere possibile al giovane quelle cure mediche di cui realmente bisogna”. Perizia che la terza sezione penale del Tribunale di Milano ha interpretato in modo da motivare il rigetto di un’ultima istanza di trasferimento, notifica che è arrivata solo poche ore prima del suo suicidio. Del perché di tale trattamento per un soggetto la cui vigilanza avrebbe dovuto essere alta la senatrice chiede conto; inoltre, suggerisce che, in attesa di una causa civile da parte del padre di Luca, si svolga un’indagine ministeriale per capire se non ci siano state responsabilità e negligenze professionali da parte di chi avrebbe dovuto garantirne l’incolumità anche in prigione.

mercoledì 2 settembre 2009

Farina Coscioni: Includere tra le categorie a rischio virus a/h1n1 anche la popolazione carceraria, detenuti, agenti di polizia penitenziaria

Si tratta di parecchie decine di migliaia di persone, costrette a vivere quotidianamente in pericolosa promiscuità. Cosa intendono fare al riguardo i Ministri del Lavoro, della Salute, delle Politiche Sociali e della Giustizia?

2 settembre 2009

• Dichiarazione di Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni:

Esiste un concreto rischio che le carceri italiane siano fra i primi luoghi dove il virus A/H1N1 possa attecchire e diffondersi nella sua forma peggiore; le carceri italiane – dove sono recluse oltre 64mila persone, il 35 per cento dei quali stranieri, e il 30 per cento circa tossicodipendenti – già ora registra un indice di salute che gli esperti definiscono “medio-grave” con una percentuale di circa sei persone su dieci malate; e si registra in particolare una elevata diffusione di malattie gravi come tubercolosi, epatiti B e C, diabete e Hiv, problemi cardiocircolatori e polmonari, una frequenza altissima di reclusi con fragilità mentale e un numero di decessi che, solo nei primi sette mesi del 2009, è già a quota 118, fra cui 45 suicidi; non c’è inoltre solo il “popolo dei detenuti”: bisogna infatti considerare i circa 34 mila agenti di polizia penitenziaria e le centinaia di operatori dell’area educativa. Secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel 2008 il turn-over nelle carceri ha coinvolto più di 90 mila persone. Queste persone sono costrette a vivere 24 ore al giorno in ambienti non salubri, vetusti, in strutture che all’80 per cento non sono a norma, sovraffollate e che per questo non rispondono alle norme per ciò che concerne, ad esempio, i metri quadrati, la luce, la ventilazione e i servizi igienici pro-capite, con una oggettiva impossibilità di minimizzare i contatti con le persone malate.

Giorni fa, opportunamente, il vice-presidente della Conferenza nazionale dei Garanti dei detenuti, dottor Angiolo Marroni, dopo i sopralluoghi effettuati dai suoi collaboratori nelle carceri del Lazio, ha lanciato un accorato allarme, perché le autorità competenti e responsabili adottino, promuovano, e sollecitino iniziative adeguate e urgenti; un appello rimasto purtroppo inascoltato. Per questo ho rivolto un’interrogazione urgente ai ministri del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e della Giustizia, perché intervengano e si appronti anche nelle carceri, nei prossimi mesi una campagna di vaccinazione, essendo i detenuti e gli operatori penitenziari incontestabilmente “categorie a rischio”.



Segue testo dell’interrogazione

Ai ministri del Lavoro, della Sanità e delle Politiche Sociali, e della Giustizia, premesso che con i livelli di sovraffollamento, per altro tendenti ad aumentare, c’è il rischio concreto che le carceri italiane siano fra i primi luoghi dove il virus A/H1N1 possa attecchire e diffondersi nella sua forma peggiore;

che il “pianeta carcere” - 206 istituti con oltre 64 mila persone recluse in tutta Italia, dai minorenni agli over 80, con oltre il 35 per cento di stranieri e il 30 per cento di tossicodipendenti - sembra racchiudere "tutte le criticità tali da farlo ritenere una priorità nell’emergenza H1N1;

che negli istituti si registra un indice di salute medio-grave (con oltre 6 persone su 10 malate), una diffusione elevata di malattie come tubercolosi, epatiti B e C, diabete e Hiv, problemi cardiocircolatori e polmonari, una frequenza altissima di reclusi con fragilità mentale e un numero di decessi che, solo nei primi sette mesi del 2009, è già a quota 118, fra cui 45 suicidi;

che ai detenuti vanno poi aggiunti 34 mila agenti di polizia penitenziaria e centinaia di operatori dell’area educativa (educatori, Uepe, volontari, direttori, ecc). Secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), nel 2008 il turn-over nelle carceri ha coinvolto più di 90 mila persone. Queste persone sono costrette a vivere 24 ore al giorno in ambienti non salubri, vetusti, in strutture che all’80 per cento non sono a norma, sovraffollate e che per questo non rispondono alle norme per ciò che concerne, ad esempio, i metri quadrati, la luce, la ventilazione e i servizi igienici pro-capite, con una oggettiva impossibilità di minimizzare i contatti con le persone malate;

che opportunamente da giorni si parla di una campagna di vaccinazione che, nei prossimi mesi, che riguarderà alcune categorie a rischio;

che un accorato allarme, al riguardo, è stato lanciato pubblicamente, dopo i sopralluoghi effettuati dai suoi collaboratori nelle carceri del Lazio, dal Garante dei diritti dei detenuti dottor Angiolo Marroni, che ricopre anche l’incarico di vice-presidente della Conferenza nazionale dei Garanti dei detenuti.

Se si condivida o meno l’allarme lanciato dal dottor Angiolo Marroni;

quali iniziative si intendano adottare, promuovere, sollecitare in relazione a quanto sopra esposto e denunciato dal dottor Marroni.

Pannella: "Le carceri sono un girone infernale"

Amnistia. Il leader radicale chiede l'atto di clemenza per riportare legalità nelle prigioni e nei tribunali

• da Il Riformista del 2 settembre 2009, pag. 22

di Marco Pannella

Massimo Calearo, dopo l’ispezione ferragostana alle carceri promossa e organizzata da Rita Bernardini con il sostegno di Antonella Casu, l’ha evocata come un’immersione in un dantesco girone infernale. Chi l’ascoltava non avvertiva l’enfasi, ma il dolore per la verità scoperta e la determinazione di darle seguito. In molti, fra i quasi duecento che hanno esercitato la prerogativa attribuita dalla legge a parlamentari e consiglieri regionali, hanno condiviso la sua emozione e la volontà di impegnarsi. La comunità penitenziaria aveva assoluto bisogno sperava - di trarre ulteriore conforto e coraggio dall’attualità emersa e dal dibattito così suscitato. Invano! Raiset, servizio pubblico e privato, era in vacanza, tranne che per le solite desolanti cronache "politiche" e criminali. Dibattiti, "approfondimenti", zero. Erano e restano invece maledettamente urgenti e necessari, per comprendere il da farsi, per sperare anziché disperare, per meglio concepire il nuovo possibile che c’è e urge. S’accentua la maledetta urgenza di condividere la ricerca delle vie d’uscita da questa Gehenna. Ma occorre non cadere nell’errore di sempre. La tragedia, che c’è, non è di per se è il carcere: epifenomeno, conseguenza, indotto, di quella della Giustizia. Lasciamo, per un attimo, la parola preziosa - al Ministro della Giustizia Alfano, in un suo intervento alla Camera, il 27 gennaio 2009: "Quello che di impressionante vi è da sottolineare è la mole dei procedimenti pendenti, cioè, detto in termini più diretti, dell’arretrato o meglio ancora del debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini: 5 milioni e 425 mila i procedimenti civili pendenti, 3 milioni e 262 mila quelli penali. Ma il vero dramma è che il sistema non solo non riesce a smaltire questo spaventoso arretrato, ma arranca faticosamente, senza riuscire neppure ad eliminare un numero almeno pari ai sopravvenuti, così alimentando ulteriormente il deficit di efficienza del sistema". Il Ministro insomma denuncia il carattere strutturale della crisi della Giustizia italiana: ne vengono distrutti Stato e società. Massima tragedia, quindi, istituzionale e sociale del Paese. La nostra proposta trentennale ha un nome semplice, tanto da suscitare nello sfascismo di Regime e nella sua partitocratica classe dominante, nei ruoli di governo e di opposizione, la scontata accusa d’essere idiota e mentecatta; il suo nome è Amnistia. Contro - tra l’altro - l’ignobile realtà del sistema di potere e di classe che consiste nel termine impronunciabile: PRESCRIZIONE. E’ questa infatti l’immonda realtà strutturale, necessaria al sessantennale Regime sfascista e al suo Disordine Costituito: nei soli ultimi dieci anni 1.800.000 beneficiari di prescrizioni. Almeno due milioni con il prossimo 2010. Fra i quali, certo, Berlusconi e berlusconidi a gogò; ma anche i due coimputati Massimo D’Alema e Pinuccio Tatarella. Che il sessantennale Regime italiano sia sempre più (se possibile!) corrotto e corruttore pochi oserebbero negarlo. Che sia criminogeno e anche tecnicamente (non "moralmente"!) equiparabile non più alla figura del "delinquente abituale" ma a quella del delinquente " professionale", anche. Luigi Ferrajoli, giurista e persona liberale, annotava di recente quanto segue: " Il nostro è uno dei paesi più sicuri del mondo, in cui la criminalità è in costante calo da decenni. In Italia abbiamo 600 omicidi all’anno, nella sola Rio de Janerio sono 6.000. Negli Stati Uniti sono 20-25.000 (circa 40 volte in più che l’Italia) con una popolazione che è 6 volte quella italiana. Con tutte le nostre mafie, non c’è paragone. Lo stesso vale per i reati contro la persona. E’ chiaro, però, che se racconti ogni delitto in modo ossessivo, pensiamo di vivere nella giungla.." Da Radiocarcere, da Radio Radicale ormai abbiamo deciso. Si continua, si rilancia e si otterrà: AMNISTIA!!

martedì 1 settembre 2009

Carceri, Poretti: sovraffollamento. Spreco braccialetti e misure alternative alla detenzione

Roma, 1 settembre 2009

• Intervento della senatrice Donatella Poretti, Radicali - Pd

Il problema sovraffollamento delle carceri, cosi' come ampiamente denunciato dall'iniziativa di Radicali Italiani "Ferragosto in carcere" (1), per ora ha solo destato attenzione. Il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, ha solo confermato che la soluzione del Governo e' quella dell'incremento dell'edilizia carceraria (quindi se ne parla fra qualche anno). Intanto, cosi' come avevo gia' evidenziato lo scorso 20 agosto (2), l'uso delle risorse disponibili e' uno dei problemi maggiori. Pietra dello scandalo sono le misure alternative alla detenzione e l'uso del braccialetto elettronico, uso quasi ignorato dai magistrati.

A quanto gia' rilevato, oggi si aggiunge una importante novita'. Lo scorso 31 agosto, l'agenzia di stampa Il Velino riportava le dichiarazioni di Francesco Pirinoli uno dei maggiori consulenti informatici delle procure della Repubblica, in particolare quella milanese, nonche' azionista della "Monitoring Italia" una delle due societa' che fornisce a Telecom Italia sistemi per il controllo a distanza dei detenuti: "Abbiamo 200 'braccialetti elettronici' (altri duecento sono forniti da una societa' israeliana) ma 'utilizzati' soltanto una decina".

Sempre secondo l'agenzia stampa sembra che l'ex ministro dell'Interno Enzo Bianco e l'ex Guardasigilli Piero Fassino avessero firmato con Telecom Italia un contratto vicino ai dieci milioni di euro all'anno per dieci anni (scadra' nel 2011), contratto che il Viminale onora regolarmente per un servizio che oggi riguarda appena una decina di detenuti agli arresti domiciliari. Telecom Italia avrebbe installato 309 centraline sul tutto il territorio nazionale collegate alle questure, ai comandi provinciali della finanza e dei carabinieri, connesse con i numeri di emergenza. Tutto farebbe capo ad una sala di controllo che e' stata installata presso la sede centrale di Telecom Italia in via Oriolo, a Roma.

In Gran Bretagna sono circa 13mila i "detenuti" controllati con braccialetto elettronico, quasi altrettanti in Francia, mentre in Italia sarebbero una decina, con un costo di quasi un milione di euro l'anno ciascuno.

Per questo motivo, insieme al senatore Marco Perduca ho presentato una nuova interrogazione in cui chiediamo di sapere:

- che venga reso noto il contratto stipulato con Telecom Italia, le clausole e i vincoli per lo Stato e per il gestore telefonico, nonche' lo stato di attuazione per le due parti contraenti;

- quanti sono i braccialetti in funzione, con quali costi ciascuno e dove sono localizzati i detenuti, se e quali tipi di problemi hanno mostrato;

- a fronte del basso numero di braccialetti elettronici utilizzati in Italia rispetto ad altri Paesi europei come la Gran Bretagna e la Francia, quali sono le cause ostative per questo tipo di misure alternative alla detenzione in carcere, se risiedono nella magistratura o nella tecnologia;

- se visto lo stato di sovraffollamento dei nostri istituti penitenziari con oltre 20mila detenuti rispetto alla capienza, e l'elevato numero di detenuti in attesa di giudizio, quali misure intenda adottare per rendere piu' fruibili e incentivare le misure alternative alla detenzione in carcere.



Qui il testo dell'interrogazione:

http://blog.donatellaporetti.it/?p=743



(1) http://www.radicali.it/italia_carceri.php

(2) http://blog.donatellaporetti.it/?p=731

venerdì 14 agosto 2009

Ispezione di mezza estate

Articolo pubblicato su Terra del 12 agosto 2009

Irene Testa

Parlare di visite ferragostane in carcere per alcuni potrebbe suonare tanto singolare quanto inappropriato, ma non per i Radicali che da sempre si mobilitano per quella data, e, in verita', non solo per quella. Quest'anno, però, l'obiettivo è più ambizioso che mai: compiere la più grande ispezione di massa che sia mai stata fatta nella carceri italiane, nelle date che vanno dal 14 al 16 agosto. Vista la catastrofica situazione in cui versano la gran parte degli istituti di pena nel nostro Paese, l'esercito radicale ha pensato di non poter e non dover essere solo a compiere questa ispezione, ma anzi, a fronte dei numeri del sovraffollamento mai raggiunto finora, è stato necessario e urgente trovare rinforzi in tutti gli schieramenti politici, con esponenti di partito che vanno dall'Udc all'Idv, dal Pd fino addirittura al Pdl.

E' noto che quando i compagni di Pannella si armano per la lotta nonviolenta, niente e nessuno è in grado di dissuaderli. Ma per questa occasione, sono la risposta arriva da oltre centoventi soggetti tra parlamentari, consiglieri, garanti dei diritti dei detenuti e associazioni che aderendo all'iniziativa "ferragosto in carcere" monitoreranno oltre centocinquanta istituti di pena. Obiettivo sicuramente ambizioso, se si pensa che in quei giorni tutti, o quasi, sono in ferie e irreperibili con tanto di cellulari spenti.

Ma i Radicali, con Rita Bernardini in testa, non si accontentano, loro mirano a ricoprire per quelle date tutti i 223 istituti nazionali, compresi quelli minorili che neanche compaiono nel sito del Ministero della Giustizia. Per questo, in questi giorni, continuano le telefonate da Torre Argentina, volte ad invitare altri deputati, senatori, consiglieri, operatori del settore, e non c'è tregua nemmeno per Radio Radicale, che tutti i giorni invita e intervista nuovi visitatori.

Per quella data è tutto pronto: un questionario rivolto ai direttori con domande dettagliate che consentiranno, terminate le visite ispettive, di avere un quadro il più possibile trasparente e dettagliato di come si vive oggi in carcere, partendo dai dati del sovraffollamento, ai suicidi, alle malattie, al lavoro, al numero del personale impiegato, insomma, una vera e propria anagrafe delle carceri, e su questo hanno anche depositato un disegno di legge. Per avere un quadro più dettagliato che mai di ciò che sono oggi le nostre prigioni, sarà dunque utile attendere l'esito delle visite e le risposte dei direttori, per poi giungere ad una riflessione comune e trasversale che consenta non solo di conoscere ma, si spera finalmente, anche di deliberare.

mercoledì 12 agosto 2009

Ferragosto in carcere


Pubblichiamo di seguito la lettera che Rita Bernardini deputata dei Radicali/PD e Antonella Casu Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, hanno inviato ai direttori degli Istituti Penitenziari italiani per annunciare il “Ferragosto in carcere” che si svolgerà nelle giornate del 14, 15 e 16 agosto e che vedrà impegnati parlamentari italiani ed europei di tutti gli schieramenti politici, consiglieri regionali e Garanti per i diritti dei detenuti nella più massiccia visita ispettiva mai fatta alla “comunità penitenziaria”.


Lettera indirizzata a tutti i direttori degli Istituti Penitenziari italiani


Gentile Direttore,

Le scriviamo per informarla che nei giorni 14, 15 e 16 agosto deputati, senatori e consiglieri regionali di tutti gli schieramenti politici assieme ai garanti per i diritti delle persone private della libertà si uniranno alla “comunità penitenziaria” per una ricognizione approfondita della difficilissima situazione delle carceri italiane.Con visite effettuate secondo l’art. Art 67 dell’Ordinamento Penitenziario (Legge n. 354/75), saremo presenti nel maggior numero di istituti penitenziari italiani per conoscere meglio e direttamente come vivono la realtà quotidiana direttori, agenti, medici, psicologi, educatori e detenuti per essere così più capaci di interpretare i bisogni e di proporre le soluzioni legislative e organizzative adeguate, sia immediate che a medio e lungo termine. Si tratta – crediamo – della più consistente visita di sindacato ispettivo mai realizzata in Italia, visita che avviene nel momento in cui nelle carceri c’è da una parte il numero massimo di detenuti dal dopoguerra (63.567, a fronte di una capienza regolamentare di 43.327) e dall’altra una carenza spaventosa di personale e risorse ridottissime persino per l’ordinaria amministrazione. E’ evidente a tutti che in questa situazione difficilmente gli istituti penitenziari possono essere il luogo ove sia possibile realizzare a pieno i valori sanciti dall’art. 27 della Costituzione Italiana secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Così come altrettanto evidente è che i lavoratori che prestano la loro attività ad ogni livello negli istituti carcerari, raramente vedono affermarsi condizioni di lavoro moralmente, socialmente ed economicamente adeguate ai profili professionali ricoperti, che diano il giusto riconoscimento ai compiti di esemplare responsabilità espletati e che consentano di dare completa attuazione ai risultati delle rivendicazioni e delle conquiste, purtroppo oggi ancora in larga parte disattese. Con questo spirito i capigruppo di tutte le forze politiche della Commissione Giustizia della Camera dei deputati il 20 luglio scorso hanno inviato, assieme al Direttore di Radio Radicale Massimo Bordin, una lettera/invito a tutti i parlamentari chiedendo loro di rendersi disponibili a visitare le carceri nelle giornate del 14, 15 e 16 agosto. La risposta è stata per certi versi incoraggiante se pensiamo lo stretto margine per la risposta e il periodo di vacanze per molti già fissato e prenotato da tempo.Mentre Le scriviamo hanno deciso di partecipare a questa impresa comune 88 parlamentari (fra deputati, senatori ed europarlamentari) 36 consiglieri regionali e 4 garanti per i diritti delle persone private della libertà. Queste 138 personalità consentiranno, nei tre giorni, di visitare 153 carceri, ma proprio in queste ore stiamo tentando di coprire tutti i 223 istituti penitenziari italiani. L’iniziativa è stata incoraggiata anche da sindacalisti della Polizia Penitenziaria come i Segretari Nazionali della UILPA Penitenziari e del SAPPE, Dott. Eugenio Sarno e Prof. Donato Capece, da esponenti dell’Unione Camere Penali come la Dott.ssa Ludovica Giorgi, dal Presidente e dal Segretario del Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei, Avv. Gian Domenico Caiazza e Avv. Giuseppe Rossodivita, dal Presidente di Antigone Patrizio Gonnella, dalla Segretaria del Detenuto Ignoto Irene Testa, dal Segretario di Nessuno Tocchi Caino Sergio D’Elia.Sul sito http://www.radicali.it/italia_carceri.php, gentile Direttore, troverà Regione per Regione il punto della situazione aggiornato in tempo reale.


Gradisca, Signor Direttore, i nostri più cordiali saluti


Rita Bernardini Antonella Casu

sabato 18 luglio 2009

Giustizia: Corte dei Diritti umani; il sovraffollamento è tortura

di Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)

Il Manifesto, 18 luglio 2009

Il signor Kalashnikov è stato il primo cittadino-detenuto a ricorrere alla Corte europea dei diritti umani e a ottenere una condanna di uno stato (nel suo caso la Russia) per gli effetti tragici del sovraffollamento carcerario.
Il signor Izet Sulejmanovic è stato il secondo a ricorrere dinanzi ai giudici europei e a vincere, seppure soli mille euro. In questo caso a essere condannata per trattamenti inumani e degradanti simili a tortura non è stata la Russia ma la nostra Italia. Izet Sulejmanovic per alcuni mesi è stato costretto a vivere nel carcere romano di Rebibbia in soli 2,7 metri quadri.
Vivere in un ambiente così ristretto significa non avere spazio per scrivere, stare seduti, muoversi. Significa perdere la riservatezza quando si va in bagno. Significa di fatto stare sempre stesi a letto.
Il Comitato europeo per la prevenzione della Tortura - Cpt, organismo ufficiale del Consiglio d’Europa - ha affermato che lo spazio minimo per un detenuto in una cella singola non può essere inferiore a 7 metri quadri; in una cella multipla ogni detenuto deve avere invece almeno 4 metri quadri a disposizione.
La vergognosa condanna europea del nostro paese è avvenuta nonostante il dissenso - incomprensibile se non per una sorta di spirito di corpo nazionale - del giudice italiano Vladimiro Zagrebelsky. La capienza regolamentare del nostro sistema penitenziario è di 43mila posti Ietto. Una capienza definita in base agli standard minimi del Cpt di Strasburgo. Oggi i detenuti sono oltre 64mila. Con gli attuali ritmi di crescita saranno 100mila alla fine del 2012. Ogni detenuto in più oltre la capienza regolamentare quindi vive in spazi non legali e - a dire della Corte europea - inumani e degradanti al punto da configurare una ipotesi di maltrattamento risarcito con mille euro.
A Brescia o a Sassari in 8 metri quadri vivono sei o sette detenuti. Ci sono casi in cui si dorme in letti a quattro piani, dove il piano terra coincide proprio con il pavimento. A Bolzano in poco più di 10 metri quadri vivono dodici detenuti. All’Ucciardone di Palermo in 16 metri quadri dormono sedici detenuti. Uno al metro. Dormono, anche perché non possono fare altro. È difficile stare tutti in piedi contemporaneamente. A Poggioreale a Napoli i detenuti sono 2.700, stipati in una prigione con una capienza di 1.300 posti.
Di fronte a una situazione così drammatica, il parlamento italiano introduce nuovi reati creati dal nulla (immigrazione clandestina) e il ministero della Giustizia presenta un piano di edilizia penitenziaria inutile e privo di copertura finanziaria. E lo stesso Comitato di Strasburgo a sottolineare come nuove carceri non abbiano mai risolto il problema dell’affollamento e servono solo ad aumentare i tassi di carcerazione. Siamo in una condizione oggettiva di violazione dei diritti umani certificata da organismi sovranazionali.
Basterebbe un’unica norma per tornare alla normalità: depenalizzare del tutto il consumo di droghe. Libereremmo in questo modo circa 20mila posti inutilmente occupati da tossicodipendenti e piccoli spacciatori costretti al reato da una legge proibizionista. Oggi il nostro sistema carcerario è definito dagli organismi internazionali oggettivamente disumano e degradante, tanto da giustificare un risarcimento economico.
Speriamo che la Corte sia inondata di ricorsi che mettano in crisi (di immagine ed economica) il nostro sistema. Noi siamo a disposizione di quei detenuti che vogliano citare in giudizio lo stato italiano (difensorecivico@associazioneantigone.it). Un modo democratico per sovvertire uno stato ingiusto. (Vedi la sentenza della Corte Europea dei Diritti umani).
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